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Enrico Santi intervista Riccardo Michelucci, autore del libro “Il giorno in cui morì la musica”. Al centro del volume c’è l’uccisione dei membri della Miami Showband, avvenuta nel 1975, durante il conflitto irlandese. La natura di questa strage offre uno spunto di riflessione sul ruolo della musica di fornire uno spazio di convivenza e conciliazione, inaccettabile per chi vuole alimentare il conflitto. Questo attacco non ha, però, spento la speranza e ancora oggi l’arte e la musica dimostrano di poter essere un atto radicale di pace e denuncia.

La storia della Miami Snowband

Irlanda del Nord, 1975. In una notte d’estate i componenti del più celebre gruppo rock del Paese, la Miami Showband, noti come “i Beatles irlandesi”, cadono vittime di una formazione paramilitare lealista. Tre di loro rimangono uccisi. La strage è una delle pagine più oscure del conflitto anglo-irlandese. «Come hanno potuto sparare a un giovane il cui unico desiderio era suonare per rendere felici le persone?» urlò, in lacrime, il padre di una delle vittime. Il giornalista Riccardo Michelucci ha meticolosamente ricostruito in un libro, Il giorno in cui morì la musica (Milieu edizioni), quella tragica vicenda di cinquant’anni fa.

Quell’attentato, tuttavia, non solo spezzò le vite di Fran O’Toole, Brian McCoy e Tony Gerargthy, ma distrusse l’illusione che la musica, nei molti locali frequentati dai giovani, potesse rappresentare una zona franca nel clima di violenza generale. «Le sale da ballo – scrisse la giornalista Anne Cadwallader – erano uno dei pochi luoghi in cui le due comunità potevano ancora mescolarsi e vivere insieme come se niente fosse. Continuare a frequentarle nonostante il clima di terrore che regnava nel paese era anche una forma di ribellione e pensavamo che nessuno avrebbe mai potuto prendere di mira le sale da ballo, né tanto meno i musicisti».

Riccardo, tu scrivi che per i ragazzi della Miami Showband la musica era un inesauribile flusso di emozioni che li faceva sentire quasi immortali. Era semplicemente impensabile che qualcuno potesse pensare di spezzare quel sogno e li prendesse di mira, proprio perché erano diventati un simbolo. Purtroppo le cose andarono diversamente. Ma facciamo un passo indietro, che situazione c’era all’epoca in Irlanda?

Fino a 25-30 anni fa, quello tra l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito, e l’Irlanda, che invece è a pieno titolo nell’Unione Europea, era il confine più sensibile d’Europa. Un confine fortemente militarizzato. Un luogo pericolosissimo. E questa storia si svolge a ridosso di quel confine.

Negli anni ’60 in Irlanda del Nord scoppiò un conflitto “a bassa intensità” frutto di contraddizioni, di ingiustizie e disuguaglianze feroci tra la popolazione protestante e quella cattolica. Laddove la prima aveva tutti i diritti, lavoro, casa, voto. Per i cattolici, fino all’inizio degli anni Settanta esisteva il voto per censo, una cosa inconcepibile in Europa. Tutto questo era conseguenza della colonizzazione britannica che risaliva al XVII secolo. Era stato creato un assetto sociale a due velocità: una parte della popolazione godeva di tutti i diritti, l’altra ne era completamente privata.

Quindi, alla fine degli anni Sessanta, sull’onda di un clima internazionale (erano gli anni delle lotte contro la segregazione razziale in America, della contestazione, del movimento contro la guerra…) anche la popolazione nordirlandese, la più derelitta d’Europa, comincia ad alzare la testa e a scendere in piazza a chiedere diritti, che a noi sembrano scontati. Nasce un movimento per i diritti civili che ricalca quello di Martin Luther King negli Usa e comincia a protestare in maniera nonviolenta.

La risposta dello Stato britannico è estremamente repressiva. C’è un’escalation, con scontri durissimi a Derry e Belfast. Alla fine degli anni Sessanta avvengono veri e propri pogrom ai danni della popolazione cattolica. Interi quartieri dati alle fiamme, si assiste all’espropriazione di molte case e nell’estate del 1969 Londra manda l’esercito nell’Ulster. Il fatto viene accolto con sollievo dai cattolici che sperano che vengano a ristabilire l’ordine, ma l’illusione dura poco perché si capisce subito che i soldati sono giunti per difendere i privilegi dei discendenti dei coloni.

Le violenze si susseguono e la “domenica di sangue” a Derry, il 30 gennaio 1972, rappresenta uno spartiacque. Una pacifica manifestazione per i diritti civili viene attaccata da un battaglione di paracadutisti britannici che spara sui civili: 14 uomini tra i 17 e i 59 anni restano uccisi. Sulla strage scrivono artisti come John Lennon e Paul McCartney e, malgrado i Beatles fossero all’apice del loro successo, quelle canzoni sono censurate in Inghilterra. Da quel giorno, molte persone convinte fino a quel momento di poter cambiare le cose senza le armi cambiano idea e aumentano le adesioni all’Ira, l’Esercito repubblicano irlandese. L’Ira da quel momento dichiara guerra all’esercito britannico, visto come esercito occupante.

La fase più cruenta del conflitto, che attraversa varie fasi, durerà fino agli anni Novanta. Grazie anche a figure illuminate, che non hanno mai smesso di credere nella pace, il conflitto, ritenuto irrisolvibile, si concluse con un accordo. Questa pace, siglata nel 1998, regge ormai da quasi trent’anni. Da tutti viene ormai considerata irreversibile a differenza di altre situazioni in Europa. Come quella degli accordi di Dayton sulla Bosnia, del 1995, che assomiglia più a un cessate il fuoco di lungo periodo, perché le cause scatenanti non sono state risolte.

La vicenda risale al 1975. Nel libro parli del cosiddetto “triangolo della morte”, dove avvennero gli episodi più efferati e dove agivano gli squadroni della morte filo-britannici che terrorizzavano la popolazione cattolica. In questa zona avviene anche la strage della Miami Showband. Perché questa vicenda, una delle tante purtroppo, è particolarmente significativa?

Ho ritenuto che questa storia fosse importante, emblematica e necessitasse di essere raccontata, non solo perché riguarda un gruppo musicale all’epoca di grande successo, tanto da essere chiamati i Beatles d’Irlanda, ma perché smentisce la narrazione, fortemente radicata anche in Italia, di un conflitto confessionale, “tra cattolici e protestanti”, senza capire bene quale fosse il ruolo del governo e dello Stato britannico e, quindi, del suo esercito. E quello dell’esercito non è stato un semplice ruolo di interposizione, ma ha avuto parte attiva, tanto che si può parlare di conflitto anglo-irlandese.

Quest’area al confine con la Repubblica d’Irlanda, tra il 1962 e la fine degli anni Settanta, diventa un luogo in cui avvengono circa 150 omicidi, ma non in scontri tra l’Ira e l’esercito britannico. Si tratta di vittime dei gruppi paramilitari lealisti protestanti – poco noti qui da noi, dove attraverso la stampa, arrivava appena l’eco degli attentati degli irredentisti irlandesi. Si tratta di vittime civili.

Nel caso della Miami Showband è la storia di un gruppo di musicisti che fanno una fine terribile, ma è anche la storia di una banda di killer, uno squadrone della morte di stampo sudamericano, di cui facevano parte decine di elementi dell’esercito regolare. Il loro obiettivo non era combattere l’Ira, che in teoria rappresentava il nemico, ma attaccare i civili in maniera indiscriminata per creare terrore all’interno delle comunità, spingendo molti a lasciare le loro case. Un altro obiettivo era sigillare il confine per impedire all’Ira di trasferire armi da una parte all’altra.

Questa, che narri nel tuo libro, è una vicenda emblematica perché colpisce non solo dei civili inermi ma degli artisti, dei musicisti che si ritenevano “intoccabili” per la loro celebrità. Ne scrivevano le riviste, le televisioni, le radio trasmettevano le loro canzoni… Nessuno pensava che potessero diventare un bersaglio. Tra l’altro i componenti della Miami Showband erano sia cattolici che protestanti, circostanza che pare non li sfiorasse minimamente.

La Miami Showband era la punta di diamante di un fenomeno musicale tipicamente irlandese, che era quello delle “showband”. Un fenomeno che, tra l’altro, ebbe un’importanza sociale non trascurabile in un ambiente fino a quel momento sottomesso da una Chiesa cattolica particolarmente opprimente, che decideva tutto, anche il fatto che i giovani non dovessero uscire di casa la sera.

In Irlanda arrivano gli echi del beat, di tutto ciò che accade nella vicina Inghilterra, dei Beatles. Nasce una miriade di gruppi con una sezione ritmica con batteria, chitarra, basso, ma non mancano ottoni, sassofono, tromba, trombone… Insomma, gruppi molto numerosi che fanno soprattutto cover. Per dare un’idea, dalle showband sono usciti artisti come Van Morrison, di Belfast, e Rory Gallagher, di Ballyshannon. E nascono come funghi anche le sale da ballo che arrivano ad accogliere migliaia di persone. All’apice di questo movimento contiamo settecento band in tutta Irlanda.

La Miami Showband nasce a Dublino nel 1962. Attraverso varie evoluzioni, arriva negli anni Settanta con la sua ultima compagine a sette elementi. Scrivono canzoni proprie, virando verso un pop molto spinto e raggiungono un successo incredibile. Avere quattromila spettatori in Irlanda era come oggi riempire l’Olimpico. Nel frattempo, il terribile conflitto nel Nord si stava ripercuotendo nella Repubblica, anche a Dublino.

Tuttavia, poco alla volta questo gruppo divenne una sorta di veicolo di convivenza e di pace che teneva insieme tutte le componenti sociali in nome della musica. Ai loro concerti, in Irlanda e oltreconfine, andavano tutti, senza distinzioni, mossi dal desiderio di uscire da giornate cupe in cui si rischiava continuamente la vita, dove si era costantemente sottoposti a controlli, checkpoint, perquisizioni… E ai concerti, ballando le loro canzoni, le persone trovavano un momento di fuga dalla violenza quotidiana.

Il gruppo stesso – come dicevi – era composto da cattolici e protestanti, ma non per una questione politica. I musicisti erano stati scelti perché erano i migliori sulla scena. Fran O’Toole, poi ucciso insieme a Tony Geraghty e Brian McCoy, era un cantante straordinario che ricorda Elton John. La notte dell’attentato morì anche quel fenomeno musicale. E le vittime sarebbero rimaste sepolte a lungo nella memoria di quel conflitto a causa del concatenarsi continuo di attentati e violenze.

Memoriale dedicato alla Miami Showband a Dublino (foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons).

Arriviamo quindi alla notte del 30 luglio 1975, quando, al ritorno da un concerto nell’Irlanda del Nord, un commando dell’Ulster Volunteer Force ferma la band a un posto di blocco nei pressi del confine.

Come molti altri gruppi musicali dell’epoca, la Miami Showband metteva sul furgone gli strumenti e girava il Paese, anche sei, sette giorni alla settimana, spesso attraversando il confine. La band non si preoccupava particolarmente del fatto che l’Irlanda del Nord fosse attraversata da un conflitto terribile. I membri della band ritenevano di godere di una sorta di immunità. D’altra parte, pensavano che nessuno se l’avrebbe presa con semplici musicisti che si limitavano a regalare qualche ora di divertimento.

Quella sera la Miami Showband andò a suonare a Bambridge, una cittadina ad appena una decina di chilometri oltre il confine. Dopo aver riempito, per l’ennesima volta, la sala, la band riprese la strada per tornare a Dublino.

Poco prima del confine, la Miami Showband fu fermata a un posto di blocco di paramilitari lealisti – un fatto abituale a quei tempi. «Il più delle volte ci riconoscevano e magari ci facevano i complimenti per le canzoni o ci chiedevano un autografo», mi ha raccontato Stephen Travers, il bassista sopravvissuto al massacro – nonostante le gravi ferite – insieme a Des Lee, che si finse morto. Quella volta non andò così. Li fermarono in una zona di campagna, li fecero scendere e li allinearono lungo un fossato.

A un certo punto arrivò un’auto dalla quale scese un uomo che parlava senza accento irlandese, probabilmente un ufficiale britannico. A quel punto il clima cambiò, come se si fosse dato il via libera a un’operazione. Appena quell’uomo si allontanò, due paramilitari si misero ad armeggiare sul retro del furgone. Qualche attimo dopo un’esplosione li travolse dilaniandoli. A quel punto gli altri spararono all’impazzata sui musicisti che cercavano di fuggire gettandosi nel fossato, nel buio illuminato dalle torce e dalle fiamme che divorarono il furgone.

Tre di loro, il trombettista Brian McCoy, il cantante Fran O’Toole e il chitarrista Tony Geraghty, morirono crivellati di colpi. Il batterista Ray Millar evitò l’agguato perché quella sera era tornato per conto suo.

Ma perché fermare la Miami Showband e perché l’esplosione? Il piano prevedeva di piazzare una bomba all’interno del furgone. La bomba avrebbe dovuto esplodere dopo che il gruppo aveva varcato il confine, sulla strada per Dublino. Lo scopo, oltre ad ammazzarli tutti, era farli passare per corrieri dell’Ira che trasportavano ordigni esplosivi dal nord al sud del Paese… Una macchinazione diabolica che avrebbe macchiato per sempre la memoria di quei ragazzi.

«La Miami Showband era una delle poche luci che splendevano nell’oscurità di quegli anni in un Paese che all’epoca conosceva soltanto violenza e dolore. Non ci interessavano la religione o le idee politiche di chi veniva a sentirci. Forse eravamo degli ingenui, ma ci illudevamo di poter unire le persone attraverso la nostra musica». Sono parole di Stephen, il bassista sopravvissuto alla strage.

Stephen è una persona eccezionale. Ora ha 75 anni, ne aveva 24 quando quella notte la sua prima vita finì. Si fece carico di raccontare questa storia e di mantenere la memoria degli amici uccisi lottando per arrivare a una verità giudiziaria. Dopo quattro mesi, insieme agli altri due sopravvissuti e a nuovi elementi, tornò a suonare con il gruppo che era stato riformato. Fu un tentativo di metabolizzare quel lutto terribile e un tentativo di andare avanti. Ma l’assenza dei compagni morti era troppo lacerante.

Con la giovane moglie si trasferì a Londra, dove nessuno lo conosceva e dove continuò a suonare. Vi rimase fino alla fine degli anni Novanta. Tornato in Irlanda, abbandonò definitivamente i panni del musicista per indossare quelli dell’attivista per i diritti umani, per la memoria e la giustizia. Da quel momento, cerca la verità sul caso che l’ha coinvolto personalmente, ma non solo. Tentò anche, senza riuscirci, di incontrare i carnefici: i due condannati che nel frattempo erano stati scarcerati per effetto delle varie amnistie… Ancora oggi, nonostante la pace, ci sono cappe impenetrabili di non detto.

Insieme ai due sopravvissuti e ai familiari dei compagni morti, Stephen denunciò il ministero della Difesa britannico e la polizia nordirlandese, chiaramente corresponsabili di quanto accadde. Nel 2021 si arrivò a un patteggiamento prima che si approvasse la legge che passa definitivamente il colpo di spugna sui procedimenti giudiziari aperti dalla fine degli anni Novanta. Tuttavia, il risarcimento economico ottenuto è un’ammissione di responsabilità, un atto di giustizia parziale che però fa emergere una verità storica.

Il conflitto anglo-irlandese è finito. L’oblio sulla Miami Showband è durato fino agli anni Duemila. Nel 2007, nel centro di Dublino è stato inaugurato un monumento che li ricorda degnamente.

Il memoriale rappresenta tre tasti di pianoforte, a ricordare il sacrificio di Fran, Tony e Brian. La cosa triste, invece, è che sul luogo della strage non è stato possibile mettere nulla né un cippo né una targa… Qualcuno, a volte, lascia dei fiori. Questo perché quell’area è ancora fieramente lealista e non ha fatto i conti con la violenza perpetrata in nome di quel nazionalismo. «Se noi mettessimo lì un monumento il giorno dopo sarebbe vandalizzato o distrutto», mi ha confessato Stephen. Anche questo è il segno di una riconciliazione inconclusa. «Il giorno che riusciremo a farlo e che nessuno lo distruggerà segnerà la fine definitiva del conflitto», ha aggiunto.

 

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