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Enrico Santi intervista Michele Dorigatti, direttore della Fondazione Don Lorenzo Guetti, sul contributo che le cooperative possono dare allo sviluppo della pace e della giustizia sociale.

di Enrico Santi

Michele Dorigatti è direttore della Fondazione Don Lorenzo Guetti che ha sede a Larido di Bleggio, dove il sacerdote trentino fondò nel 1892 la prima Cassa rurale basata sui principi di mutuo sostegno elaborati da Friedrich Wilhelm Raiffeisen. La Fondazione è stata costituita nel 2012, anno internazionale delle cooperative, per iniziativa della Provincia autonoma di Trento, della Federazione trentina della cooperazione, dei Comuni delle Giudicarie esteriori e della Comunità di Valle delle Giudicarie. Dorigatti, lo scorso 18 dicembre, è intervenuto, nel corso del simposio “Cooperative costruttrici di pace” organizzato a Verona dalla Fondazione Centro Studi Doc, sul tema “Pace e giustizia: le cooperative come spazi di trasformazione del conflitto”.

Direttore Dorigatti, al simposio di Verona, ha iniziato il suo intervento dipingendo un quadro dalle tinte fosche su un mondo in cui la pace continua a essere solo una bella utopia.

Purtroppo i numeri sono questi… Oggi nel mondo, secondo il Sipri, Istituto internazionale di ricerche sulla pace, ci sono 56 conflitti armati. Un altro dato scandaloso riguarda il fatto che le spese militari, nel mondo, nel 2024 sono state di 2.718 miliardi di dollari a fronte dei 1.290 del 2001. Ciò significa che in poco più di vent’anni le spese per l’acquisto di armi sono più che raddoppiate… e adesso, con questa genialata del riarmo in Europa chissà a che cifra arriveremo.

Ma non è solo questione di soldi. Il problema è che le armi, una volta costruite, chiedono di essere utilizzate e di esserlo entro un certo lasso di tempo, il più possibile vicino alla data di produzione, dato il principio di obsolescenza tecnologica che le contraddistingue. Quindi, ogni occasione, cioè ogni guerra, è buona.

Ma cosa può fare il movimento cooperativo per invertire questa tendenza spaventosa?

La cooperazione può intervenire nel ridurre le cause, o molte delle cause, che originano tanti conflitti armati. E al primo posto di queste cause ci sono le disuguaglianze sociali ed economiche. Teniamo presente che negli ultimi quarant’anni le disuguaglianze hanno raggiunto un livello davvero scandaloso. Il movimento cooperativo, per esempio, potrebbe prendere in mano il rapporto annuale dell’organizzazione internazionale Oxfam sulle disuguaglianze globali, promuovendo un appuntamento annuale di riflessione e di analisi per mettere a fuoco questi temi in partnership con Oxfam.

Il prossimo rapporto verrà pubblicato a gennaio 2026. Lì troveremo la fotografia aggiornatissima dei livelli di ingiustizia che crescono ogni anno di più. Significativamente questo documento viene presentato subito dopo il World Economic Forum, di Davos, in Svizzera, che riunisce i leader dell’economia e della politica mondiale. Quella dell’Oxfam è l’altra faccia della medaglia… Si tratta di uno strumento purtroppo poco conosciuto e diffuso, eppure offre spunti di riflessione e di azione molto concreti.

Vi si può evincere, per esempio, cito il rapporto dello scorso anno, che sul nostro pianeta otto super ricchi possiedono quanto 3,5 miliardi persone messe insieme. Questo dato ci dice che il turbo capitalismo produce disuguaglianza, non in modo episodico, ma in maniera strutturale e ontologica. Altrimenti non si spiegherebbero questi numeri.

In Italia, il 10 per cento della popolazione ha in mano il 60 per cento della ricchezza. Nel 2025, i miliardari italiani hanno toccato quota 71 contro i quasi sei milioni di nostri connazionali che vivono in condizioni di povertà. Dire, quindi, che il capitalismo produce opportunità uguali per tutti è andare contro il principio di realtà: questo capitalismo è insostenibile perché produce livelli scandalosi ed endemici di ricchezza e di disuguaglianza.

In tutto questo cosa possono fare le cooperative, oltre a fare opera di informazione e di sensibilizzazione?

Il punto è che bisogna dare un’anima all’economia. Noi sappiamo che nei territori maggiormente attraversati dal fenomeno cooperativo i tassi di disuguaglianza sono inferiori. Ciò si spiega con il fatto che le imprese cooperative, a differenza di altre, non producono disuguaglianza, semmai la riducono, perché da noi la produzione e la ridistribuzione della ricchezza avvengono all’interno dello stesso territorio. Le nostre imprese non delocalizzano e assumono sul territorio. Ma anche le banche di credito cooperativo, per legge, reinvestono sul territorio e non possono di certo portare i loro capitali nei paradisi fiscali. Le banche commerciali, invece, estraggono valore economico dal territorio ma poi possono decidere di investire come e dove vogliono, che sia il Madagascar o qualche palazzinaro milanese.

Ma non è solamente una questione economica: Paolo VI nel 1960 individuò nello sviluppo “il nuovo nome della pace”. Il termine scelto non fu casuale: lo sviluppo umano integrale, infatti, è ben diverso dal concetto quantitativo di crescita da cui siamo tutti ossessionati. Noi, come mondo cooperativo, sappiamo che lo sviluppo umano integrale è quel processo che tiene in equilibrio la dimensione materiale dell’economia, e qui ricordo che il profitto per una cooperativa appartiene all’ordine dei mezzi e non dei fini, la dimensione socio-relazionale e la dimensione spirituale, l’importanza, cioè, di avere una ricca vita interiore.

Le persone che hanno una vita interiore povera o nessuna vita interiore sono i consumatori preferiti da tutte le multinazionali del mondo perché la gente infelice è quella che consuma di più. Chi ha una ricca vita interiore consuma diversamente. Ecco perché l’impresa cooperativa ha una visione più ampia rispetto a una mera crescita economica. Dare un’anima all’economia significa anche dare un’anima alla pace.

Prima parlava di paradisi fiscali; a tale proposito, lei afferma la necessità di lanciare una campagna internazionale per chiederne l’abolizione. Non è un’idea un po’ velleitaria?

Prima di rispondere, cito un altro Papa, Giovanni Paolo II, che denunciò le “strutture di peccato”. E i paradisi fiscali sono precisamente una di queste strutture che dobbiamo assolutamente combattere portando avanti un’azione per la loro abolizione. Essi sono uno strumento vergognoso, criminale. È lì che viene trasferita gran parte dei quattrini guadagnati dai mercanti d’armi, o meglio, i mercanti di morte. Togliere loro i paradisi fiscali sarebbe già un passo enorme. Il movimento cooperativo, quindi, batte un colpo. E non è vero che sono sempre esistiti e che siano una realtà ineluttabile, perché i paradisi fiscali sono un fenomeno recente, frutto del processo di globalizzazione. E come sono stati creati, allo stesso modo possono essere aboliti.

Un’altra campagna di cui si è fatto portavoce è quella per dare vita a un ministero della Pace. Che significa?

Significa che dobbiamo batterci per creare istituzioni di pace. Gli uomini hanno sempre organizzato la guerra, è ora di organizzare la pace. Quella per chiedere la creazione di un ministero della Pace è una campagna nazionale voluta da papa Francesco, lanciata a Roma il 24 giugno 2025, e promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, nel centenario della nascita del fondatore don Oreste Benzi, dalle Acli e dall’Azione Cattolica Italiana. Alcuni paesi come il Costa Rica, il Nepal e la Papua Nuova Guinea ce l’hanno già.

Alla campagna hanno aderito trenta premi Nobel, tra i quali Giorgio Parisi e Muhammad Yunus, ideatore e realizzatore del microcredito moderno. C’è un sito, ministerodellapace.org, con tutte le sigle della società civile che hanno aderito all’iniziativa. In questo elenco vorrei vedere anche le imprese cooperative, i consorzi, le federazioni, le centrali cooperative. Dov’è Confcooperative? Dov’è Legacoop? Ci si deve attivare perché le istituzioni di pace devono sopravanzare le istituzioni di guerra. E meno disuguaglianze ci sono, meno guerre ci saranno.

E poi c’è il tema, mai così attuale, della produzione di armamenti…

Non ci dobbiamo dimenticare che l’Italia è tra i quattro maggiori produttori al mondo di armi. Quando ero studente universitario, andavo a Brescia con il padre Alex Zanotelli a fare i sit-in davanti alle fabbriche che producevano le mine antiuomo. È chiaro, quindi, che bisogna modificare determinate produzioni: non bisogna convertire solo le persone alla pace, bisogna convertire anche le aziende che producono armi o componenti per l’industria bellica. Oggi abbiamo la tecnologia e la sapienza per trasformare queste aziende che producono morte in aziende che producono vita.

Questa battaglia le imprese cooperative non possono non farla. Ma è necessaria un’ulteriore conversione, non meno importante: dobbiamo modificare i libri di storia nelle scuole e nelle università perché oggi questi libri raccontano solo di guerre. Se si vuole cambiare l’impronta cognitiva della gente, bisogna cambiare la narrazione: non può essere che mio figlio, quando torna da scuola, l’unica cosa che ha imparato sia questa: guerre e conflitti. La storia dell’uomo non è solo fatta ineluttabilmente da guerre; ecco perché dalla scuola primaria fino all’università la storia va insegnata in maniera diversa.

Sempre di Enrico Santi, leggi anche:

Superare l’economia di guerra col modello cooperativo

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