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Aumentano i tassi di inattività delle persone più giovani. Ma dietro i numeri emerge una domanda più complessa: perché i giovani non lavorano come le generazioni precedenti?

Dai primi tre mesi del 2026 emerge che i giovani non lavorano come l’anno precedente, con un aumento dell’inattività. – Il lavoro non è più visto come centrale nella costruzione della propria identità, ma come strumento per costruirsi una vita autonoma e sostenibile. – Per affrontare la disoccupazione giovanile è necessario ripensare il mondo del lavoro.

Perché i giovani non lavorano: il problema è l’inattività

I dati ISTAT dei primi mesi del 2026 mostrano un fenomeno che merita attenzione. Da un lato l’occupazione resta sostanzialmente stabile tra le persone più giovani. Dall’altro, cresce il numero di coloro che non lavorano e non stanno cercando attivamente un impiego. Un segnale che non può essere letto soltanto come una difficoltà di accesso al mercato del lavoro, ma anche come una trasformazione del rapporto tra giovani e lavoro.

Negli ultimi anni il numero di persone inattive è tornato a crescere dopo la riduzione registrata nel periodo immediatamente successivo alla pandemia. L’aumento è particolarmente evidente tra i giovani tra i 15 e i 24 anni. Nei primi tre mesi del 2026 il tasso di inattività supera nuovamente i livelli registrati prima del Covid.

Questo dato non coincide necessariamente con la disoccupazione, perché le persone inattive non lavorano ma, soprattutto, non stanno cercando lavoro.

Le ragioni possono essere diverse. Una parte del fenomeno riguarda certamente i cosiddetti NEET, giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi. Nel 2024 in Italia erano oltre 1,3 milioni.

Allo stesso tempo, però, altri dati raccontano altre motivazioni. L’ANVUR segnala un aumento delle iscrizioni universitarie rispetto al periodo pre-pandemico. Non tutti i giovani che escono temporaneamente dal mercato del lavoro stanno rinunciando a costruire il proprio futuro. Alcuni stanno investendo più a lungo nella formazione.

Per capire cosa sta accadendo è quindi necessario guardare oltre le statistiche occupazionali.

Le persone più giovani giovani non lavorano nello stesso modo delle generazioni precedenti perché il lavoro non è più il centro dell’identità

Negli ultimi anni diverse ricerche hanno mostrato come le nuove generazioni attribuiscano al lavoro un significato diverso rispetto al passato.

Secondo la survey Il lavoro? Per i giovani vengono prima altri valori di Legacoop-Ipsos del 2024, tra le persone under 35 il lavoro continua a essere importante, ma non rappresenta più il principale elemento identitario. Nella scala dei valori compare dopo aspetti come rispetto, onestà, libertà e amicizia.

Non significa che i giovani non vogliano lavorare. Significa piuttosto che il lavoro viene percepito come uno strumento per costruire una vita autonoma e sostenibile, non come il fine ultimo della realizzazione personale.

Questa tendenza viene confermata anche dalla ricerca Maledetta Primavera realizzata nel 2025 da Generazioni Legacoop Bologna. Le persone under 30 descrivono il lavoro soprattutto come fonte di reddito, indipendenza e diritti.

In altre parole, il lavoro resta fondamentale, ma non a qualsiasi condizione.

Quale lavoro cercano le nuove generazioni?

Se il lavoro non è più l’unico elemento attraverso cui costruire la propria identità, diventa inevitabile interrogarsi sulla qualità delle opportunità offerte dal mercato.

Le ricerche Legacoop mostrano che tra le principali preoccupazioni degli under 35 figurano:

  • sfruttamento (40%);
  • non avere più tempo per me (28%);
  • gli orari di lavoro (24%);
  • non trovarsi bene con le e i colleghə (24%);
  • non avere tutele (24%).

Non si tratta quindi soltanto di una questione salariale.

In linea con questi risultati, secondo la ricerca Maledetta Primavera, il 72% dei giovani considera la flessibilità un elemento prioritario nella scelta del lavoro. Il 58% preferisce un buon equilibrio tra vita privata e lavoro anche rispetto a posizioni più prestigiose. Il 73% ritiene essenziali le opportunità di formazione continua, upskilling e reskilling.

Queste aspettative si scontrano, però, con una realtà spesso caratterizzata da precarietà e bassi salari. I dati riportati dalla ricerca mostrano che gli under 30 percepiscono in media redditi inferiori del 25% rispetto alla fascia 30-49 anni e del 36% rispetto agli over 50. Una condizione che rende più difficile costruire percorsi di autonomia abitativa, familiare e professionale.

Coerentemente, solo l’11% delle persone under 40 prova piena soddisfazione dal proprio lavoro, mentre nel 47% dei casi dichiara stress legato ai carichi di lavoro e alla mancanza di supporto.

Per questo affrontare la disoccupazione giovanile non significa soltanto creare nuovi posti di lavoro. Significa ripensare il modo in cui il lavoro viene organizzato, retribuito e vissuto.

Dunque, la domanda da porsi non è solo perché i giovani non lavorano come le generazioni precedenti. La domanda è se il mercato del lavoro sia davvero disposto a offrire le condizioni che le nuove generazioni considerano necessarie per costruire il proprio futuro.

Foto di Vitaly Gariev.

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