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In una nota pubblica, la Rete Pace e Disarmo esprime preoccupazione per le indiscrezioni secondo cui il Governo starebbe valutando una modifica della legge sull’export militare. Come Fondazione Centro Studi Doc sosteniamo le parole del network e l’importanza di una maggiore trasparenza sul commercio degli armamenti.
La Legge 185/90 sull’esportazione militare
Nella giurisdizione italiana, la Legge 185/90 disciplina l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento italiani. Creata grazie a una forte mobilitazione della società civile, la legge stabilisce controlli politici e amministrativi stringenti, anche attraverso criteri di valutazione non economici per l’autorizzazione all’export di armamenti. Secondo questa norma, ogni esportazione di armi e tecnologie militari dev’essere autorizzata dall’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (UAMA), presso il Ministero degli Affari Esteri.
Come mai? Il principio cardine è che l’export di armamenti non sia un atto meramente commerciale, ma una decisione politico-amministrativa coerente con la politica estera dell’Italia, i suoi principi costituzionali e obblighi internazionali. Per questo motivo, oltre al divieto di inviare armi a Paesi in conflitto, colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani, la Legge 185/90 impone un meccanismo trasparente di rendicontazione annuale governativa al Parlamento sulle licenze concesse, i valori economici e i Paesi destinatari.
Questi controlli, tuttavia, sono stati messi in discussione già a febbraio 2024, quando il Senato aveva approvato il DDL governativo per la modifica della Legge 185/90. All’epoca, la campagna “Basta favori ai mercanti di armi” promossa dalla Rete Pace e Disarmo aveva ottenuto il rinvio del dibattito parlamentare. La riduzione dei controlli, e quindi della trasparenza, andrebbe infatti a vantaggio non dell’Italia, ma dei soli mercanti di armi, che finanziano i conflitti.
La nota della Rete Pace e Disarmo per dire basta ai favori ai mercanti di armi
Negli ultimi mesi, alcune indiscrezioni sulla volontà del governo di riaprire la discussione sulle modifiche alla legge sull’export militare hanno destato la preoccupazione della Rete Pace e Disarmo e delle sue realtà aderenti, tra cui Fondazione Centro Studi Doc. Infatti, le modifiche proposte svuoterebbero dall’interno la legge 185/90, rendendo inefficace il controllo e l’informazione collettiva sull’attività italiana di esportazione di armi. Si tratta di una proposta di riduzione di vincoli e controlli, che equivale a una riduzione della trasparenza e della responsabilità del governo.
Nello specifico, la Rete Pace e Disarmo esprime dissenso verso la proposta di cancellazione, nell’ambito della Relazione governativa ufficiale, della Tabella delle “banche armate”. In altre parole, il DDL richiederebbe l’eliminazione dell’obbligo di indicare quali istituti di credito sono direttamente coinvolti nell’esportazione degli armamenti, traendo profitto dalle guerre. Come sottolinea il network, questa modifica renderebbe più opachi i flussi di denaro, mentre i fondi destinati alle armi sono in drammatico aumento.
Per questo motivo, la Rete Pace e Disarmo invita invece a rafforzare la legge sull’export militare, che dev’essere allineata al Trattato internazionale sul commercio di armi, ratificato dall’Italia. Le cittadine e i cittadini di questo Paese hanno il diritto di conoscere i dettagli sul commercio nazionale degli armamenti, che incide direttamente sulla vita e sulla morte delle persone. Il governo italiano non può venir meno degli obblighi di trasparenza e responsabilità verso la pace, i diritti umani e il diritto internazionale imposti dalla Costituzione. La difesa e il rafforzamento della legge 185/90 deve regolare l’export militare stando al servizio degli interessi nazionali, non dei mercanti di armi.
Leggi la nota ufficiale di Rete Pace e Disarmo
L’esportazione e l’importazione italiana di armi
L’interesse del Governo per il rafforzamento dell’industria bellica emerge anche dall’articolo 1 comma 280 della Legge di Bilancio 2026:
Al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma, con uno o più decreti del Ministro della difesa di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti sono individuate, anche con funzioni ricognitive e comunque nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale.
L’esportazione di armamenti viene presentata come funzionale a ricerca e sviluppo dell’industria bellica. Favorire la produzione militare eviterebbe di rendere l’Italia dipendente a sua volta dall’acquisto di armi estere. Le armi sono un prodotto complesso e costoso, la cui vendita permette il recupero dei
in scadenza: per trarne guadagno è necessario venderle o usarle. Se noi le vendiamo, sta agli altri Paesi utilizzarle.
Allo stesso tempo, l’Italia ha però anche rapporti commerciali coi mercanti di armi esteri. Secondo la Relazione governativa di marzo 2025, nel 2024 le 517 autorizzazioni individuali di importazione sono valse 743.775.067,04 euro. Tali autorizzazioni riguardano:
- USA (24,76%);
- Israele (20,83%);
- Svizzera (14,96%);
- Regno Unito (11,64%);
- India (11,57%).
Rispetto all’esportazione, quasi il 56% delle autorizzazioni riguardavano Paesi non NATO o UE. Il 2024 aveva visto 2.569 autorizzazioni (+22,28% sul 2023) per 90 Paesi destinatari (+7 rispetto). Va inoltre notato come, nonostante la Relazione sottolinei la chiusura dei rapporti di esportazione con Israele dopo il 7 ottobre 2023, già nel 2024 un’inchiesta di Altreconomia aveva smentito il governo. Il medesimo scandalo si è poi riaperto lo scorso autunno.
Quale vantaggio nell’esportazione militare per l’Italia e i mercanti di armi?
Questi dati e il ruolo strategico attribuito dal Governo all’industria militare italiana aprono a una serie di domande: perché è così importante lo sviluppo di questo settore? Contro chi ci dobbiamo difendere? La difesa armata deve essere affare nazionale o europeo? Il commercio di queste armi da parte dell’Italia favorisce la sicurezza della popolazione o le aziende di tecnologia bellica e i mercanti di armi? Che vantaggio porterebbe la riduzione dei controlli previsti dalla Legge 185/90?
Come hanno detto Giuseppe Guerini (Cooperatives Europe) e Michele Dorigatti (Fondazione Don Guetti) al simposio “Cooperative costruttrici di pace”, organizzato lo scorso dicembre da Fondazione Centro Studi Doc, non è con le armi che si coltiva la pace. Al contrario, servono dialogo, collaborazione e cooperazione internazionale. Serve promuovere la giustizia sociale agendo direttamente sulle cause delle disuguaglianze.
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