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Un’analisi aggiornata delle ICC in Italia. I dati su occupazione, imprese, valore aggiunto e fragilità del lavoro culturale e creativo italiano.

 

ICC in Italia: un settore ampio e molto diversificato

Secondo Io sono Cultura 2025 (Symbola e Unioncamere), il Sistema Produttivo Culturale e Creativo (SPCC) italiano coinvolge 1,53 milioni di lavoratori e lavoratrici (+1,6% rispetto al 2023), pari al 5,8% dell’occupazione totale. Nel 2024 ha generato 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto (+2,1% rispetto al 2023 +19,2% rispetto al 2021). Contribuisce per circa il 6% dell’economia italiana, considerando l’indotto, con una crescita parallela a quella dell’economia nazionale. Per comparare l’impatto, nel 2024 il settore industriale ha avuto un impatto sul PIL italiano pari al 18,6%, il settore costruzioni del 5,7%, mentre il settore agricolo del 2,3% (ISTAT).

Il capitale umano del settore è tra i più qualificati del Paese. Secondo Eurostat (2024), oltre il 60% dei lavoratori e delle lavoratrici culturali europei possiede un titolo terziario. I dati italiani mostrano una tendenza simile.

In Italia, però, la struttura produttiva è frammentata, con molte imprese che hanno meno di dieci addetti e una forte presenza di lavoro autonomo. Infatti, il 36,5% di chi lavora nel settore creativo e culturale è indipendente, contro il 21,2% della media economica nazionale. Questo conferma una vulnerabilità storica del settore, che riduce la capacità di investire, limita la contrattazione collettiva e accresce la precarietà e l’informalità. L’OCSE (2023) parla di “fragilità sistemica” delle ICC nei Paesi dell’Europa del Sud, in cui rientra anche l’Italia. Inoltre, l’Eurostat evidenzia che l’Italia è tra i paesi europei con la percentuale più bassa di donne impiegate nel settore culturale, pari al 45,1%. L’ultima è la Spagna con il 44,3%.

 

Settori in espansione e settori in difficoltà delle ICC in Italia

Le dinamiche non sono omogenee, con alcuni settori che crescono in modo continuo. Secondo i nuovi dati 2025 di Symbola e Unioncamere, i settori in espansione sono:

  • Software e videogiochi: +8% valore aggiunto (settore più dinamico del 2024).
  • Comunicazione: +4,4% valore aggiunto; +5,7% occupazione.
  • Performing arts e arti visive: +2,2% valore aggiunto; +34,4% sul triennio 2021–2024.
  • Patrimonio storico-artistico: +1,5% valore aggiunto; +32% dal 2021.

I comparti software, videogiochi e comunicazione beneficiano della digitalizzazione e sono connessi ad industrie ad alta intensità tecnologica. Anche per questo, mostrano una particolare propensione all’innovazione.

Alla crescita rilevata nei settori delle performing arts e arti visive e del patrimonio storico-artistico non corrisponde un pari miglioramento della qualità del lavoro. In particolare, l’ISTAT (2023) evidenzia una forte instabilità nei “lavoratori e lavoratrici delle attività artistiche e di intrattenimento”. Nel settore delle performing arts vi sono, infatti, alti livelli di lavoro intermittente e redditi bassi. In quello delle arti visive, vi è invece una prevalenza di micro-imprese e attività non continuative. Mentre l’OCSE (2022) evidenzia che il patrimonio storico-artistico italiano ha potenziale alto, ma modeste risorse stabili, a causa della dipendenza da risorse pubbliche e bandi a breve termine.

Tra i settori a crescita moderata troviamo l’audiovisivo e la musica con 0,5% di valore aggiunto e occupazione stabile (+0,1%).

Il settore maggiormente in difficoltà è quello di editoria e stampa con -1,5% valore aggiunto nel 2024, nonostante una crescita del +6,2% dal 2021.

Questi dati confermano che l’innovazione digitale traina i segmenti più tecnologici, mentre quelli tradizionali scontano lentezze strutturali, legate anche alla precarietà delle posizioni occupazionali.

 

Il nodo dello spettacolo: mercato in crescita, lavoro in crisi

In questo quadro, il caso dello spettacolo è emblematico. Guardando al mercato, il report annuale SIAE (2024) evidenzia un aumento significativo di pubblico, biglietterie e presenze con una crescita costante del settore del live. Ciò fa anche supporre di aver superato completamente le problematiche legate al Covid-19. Guardando al lavoro emerge una storia diversa. L’Osservatorio INPS (2024) segnala:

  • 342.212 lavoratori con almeno una giornata retribuita.
  • 96 giornate lavorate in media.
  • 11.577 euro di reddito annuo medio (poco al di sopra della soglia di povertà).
  • –7% della forza lavoro in un solo anno.

Questa dinamica rappresenta una vera e propria “fuga dal settore” dovuta al peggioramento della qualità del lavoro. I dati mostrano, quindi, una grave asimmetria che evidenzia che la crescita economica non si traduce in stabilità occupazionale.

 

Foto di Antoni Shkraba Studio.

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