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La X edizione dei Transition Days 2025, inserita nel nuovo ciclo delle Veca Lectures promosso da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano, ha messo al centro il ruolo delle cooperative e del Terzo Settore di fronte alle grandi sfide sociali, economiche e ambientali. Ricercatrici e ricercatori, attivist*, imprese e reti mutualistiche si sono confrontati su tre traiettorie chiave per la transizione giusta: competenze, infrastrutture e impatti.
Una nuova economia civile tra cooperative e welfare
Aprendo la giornata del 10 settembre, Tito Menzani (ricercatore e responsabile etico di Coop Alleanza 3.0) ha sottolineato come per l’economia civile l’economia non deve limitarsi alla massimizzazione del profitto, ma orientarsi al bene comune e alla reciprocità. Per sostenere una transizione giusta bisogna ricordare che l’economia non è soggetta a leggi immutabili poiché essa è un prodotto umano e, come tale, può essere modificata. In questo contesto, la cooperazione si fonda su reciprocità e giusta retribuzione, in contrasto con la sola logica del profitto.
In Italia il settore non profit conta circa 360.000 realtà e 919.000 lavoratrici e lavoratori (ISTAT 2022, pubblicato nel 2024). Le cooperative sono 63.000 con 1,15 milioni di addett*, mentre le società benefit hanno raggiunto 5.000 realtà con 233.000 lavoratrici e lavoratori, mostrando una crescita significativa. Questo scenario conferma l’espansione dell’economia sociale e il suo potenziale trasformativo nei campi della salute, del welfare e della cura.

Tito Menzani
Cooperative protagoniste della transizione giusta
Il tavolo sulle infrastrutture, moderato da Francesca Martinelli (Fondazione Centro Studi Doc), ha messo in evidenza esempi concreti di innovazione digitale e organizzativa.
Un aspetto centrale emerso è la capacità dell’economia sociale di generare impatti positivi e misurabili. Per esempio, la cooperativa Alboran di Milano integra la trasformazione digitale con l’inclusione lavorativa, coinvolgendo persone appartenenti a categorie protette in attività di logistica e data management. Sempre in ambito di inclusione sociale, la cooperativa sociale Il Portico di Rho, con 460 soc* tra lavoratrici e lavoratori, offre servizi socio-assistenziali inclusivi, integrando anche 160 persone con disabilità, e sta riflettendo su come integrare domotica per la supervisione delle attività.
L’impresa sociale So.De (Milano) ha raccontato la scelta di sviluppare un servizio di consegne in cargo bike con 18 corrier* assunt* e un forte radicamento sociale, lavorando con realtà locali ma anche con grandi clienti.
Un altro esempio è la cooperativa Doc Servizi, che grazie a una rete di oltre 5.000 soci e socie e 200 collaborat* offre servizi integrati a professionist* cultural* e creativ*, sviluppando strumenti digitali di gestione del lavoro e piattaforme per la sicurezza sul lavoro.
O ancora Smart Italia che supporta oltre 4.500 socie e soci dello spettacolo con servizi digitali, contratti regolari e strumenti di tutela.
Queste esperienze dimostrano che le cooperative possono essere strumento di economia sostenibile, di tutele per lavoratrici e lavoratori e di costruzione di reti comunitarie.
Nonostante i limiti di scala e la complessità di governance, queste esperienze dimostrano come le cooperative riescano a de-mercificare il lavoro, offrendo tutele, redditi più equi e nuove opportunità di partecipazione collettiva. Il legame con il territorio e la capacità di creare reti tra attori diversi emergono come elementi decisivi di resilienza e innovazione sociale a favore di una transizione giusta.

Limiti e proposte per l’economia sociale e cooperazione
Coloro che hanno partecipato hanno evidenziato diversi limiti strutturali: da un lato la difficoltà di rafforzare le infrastrutture materiali, come la logistica e gli spazi di prossimità, dall’altro la forte dipendenza da piattaforme digitali proprietarie (Amazon, Google, Microsoft) che riducono l’autonomia delle realtà del terzo settore.
A questi problemi si sommano ostacoli legati alla scalabilità dei modelli cooperativi, alla scarsità di risorse economiche per lo sviluppo tecnologico e alla complessità della governance democratica, spesso percepita come lenta rispetto ai ritmi imposti dal mercato globale. Inoltre, la mancanza di competenze digitali diffuse frena l’adozione di strumenti innovativi da parte delle organizzazioni più piccole.
Al dibattito hanno contibuito anche Paolo Borghi (Università di Pavia), che ha sottolineato le criticità delle infrastrutture digitali, Chiara Chiappa (Fondazione Centro Studi Doc), evidenziando l’importanza della governance cooperativa, e Stefano Carlino (AICCON), che ha evidenziato la necessità di nuove metriche qualitative per misurare realmente l’impatto sociale.
Le proposte emerse puntano a un rafforzamento delle infrastrutture condivise, con lo sviluppo di piattaforme open source e sistemi digitali accessibili a tutte le cooperative. Esempi come GnuCoop, che realizza strumenti di data management e soluzioni di intelligenza artificiale a disposizione dell’intero ecosistema, mostrano la strada da seguire. Al tempo stesso, è stata ribadita la necessità di un investimento comune in alfabetizzazione digitale, in reti federative e nel coinvolgimento delle istituzioni europee per garantire regole che riducano lo squilibrio con i grandi player tecnologici. È emersa anche la necessità di un sostegno istituzionale più forte, capace di regolare i mercati digitali e ridurre lo squilibrio con i grandi player globali.
Leggi anche: Cooperative e piattaforme: punti di forza, limiti e strategie di successo
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