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Il 26 e il 27 febbraio piattaforme digitali e cooperative sono state al centro della Biennale dell’Economia Cooperativa di Genova dedicata a tecnologie e IA. Anche la Fondazione Centro Studi Doc ha partecipato al dibattito.
Piattaforme digitali e cooperative alla Biennale di Genova
Il 26 e 27 febbraio 2026 la Biennale dell’Economia Cooperativa ha fatto tappa a Genova, presso Palazzo Ducale. Al centro del dibattito il rapporto tra innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e cooperazione.
Il 26 febbraio Francesca Martinelli, direttrice della Fondazione Centro Studi Doc, è intervenuta nel Panel 4 – “Piattaforme digitali: tra proprietà privata e modelli cooperativi” con un contributo dal titolo: “Chi governa le piattaforme? La via cooperativa”. Nel suo intervento, la direttrice ha proposto una lettura critica del modello dominante delle piattaforme digitali individuando nelle cooperative una possibile alternativa concreta.
La società del noleggio: accesso senza proprietà
Oggi gran parte della nostra vita economica è mediata da piattaforme digitali. Tanto che un italiano su quattro ha un abbonamento a Netflix o Prime, se non addirittura entrambi. Utilizziamo quotidianamente servizi di streaming, mobilità condivisa o software in abbonamento.
Oggi abbiamo così accesso potenzialmente infinito a film, musica, libri. Ma non possediamo nulla. Non compriamo più: noleggiamo accessi.
Questo non riguarda solo l’intrattenimento. Noleggiamo case per pochi giorni. Noleggiamo automobili (anche l’autista), biciclette, monopattini. Noleggiamo software, strumenti di lavoro, perfino infrastrutture produttive. Non è affitto nel senso tradizionale. Non è condivisione di risorse o beni comuni come nel trasporto pubblico.
È un modello diverso: accesso temporaneo mediato da piattaforma, in cui la proprietà resta concentrata e l’utente paga per entrare. Siamo entrati nella società del noleggio. Una società dell’accesso, ma non della proprietà, una società dell’uso, ma non del controllo. È una società in cui anche i nostri dati, quelli che produciamo in senso informatico, non sono più nostri.
E questo ha conseguenze profonde. Perché la proprietà non è solo un fatto giuridico: è un elemento politico. Lo vediamo chiaramente ogni giorno anche solo leggendo i giornali – come nei casi Glovo e Deliveroo.
Chi possiede l’infrastruttura decide le regole, le commissioni, i criteri di visibilità, chi resta e chi viene escluso. Quindi non bisogna sturpirsi se piattaforme pensate per creare monopoli e scalare fino all’impossibile poi sfruttano le persone e logorano il mercato.
Piattaforme digitali e cooperative: proprietà condivisa e governance democratica
Di fronte a tutto questo, in un mondo in cui le piattaforme stanno diventando le nuove infrastrutture economiche e culturali, in cui solo in Europa una persona che lavora su cinque sperimenta forme di management algoritmico (e tra l’altro l’Italia è al primo posto), la domanda che dobbiamo porci non è solo come le piattaforme funzionano. La domanda è: di chi sono?
Ed è proprio qui che le cooperative possono giocare un ruolo centrale. Perché al cuore del modello cooperativo c’è una caratteristica chiave, che rispetto alla società del noleggio sembra quasi desueta o, in alcuni casi, scomoda, ovvero la proprietà condivisa.
Il punto è proprio che nel modello cooperativo non si tratta di una proprietà diffusa in modo retorico né di una partecipazione simbolica. La proprietà è reale ed è connessa ad altre caratteristiche altrettanto indiscernibili se si guarda il mondo dal punto di vista della società del noleggio. L’equa distribuzione del valore e la governance democratica “una testa, un voto”. La gestione etica dei rapporti tra membri della cooperativa, basata su valori e principi che guidano ogni azione, tra cui i modelli di organizzazione e gestione delle piattaforme e di raccolta dati.
Mettere in relazione piattaforme e cooperative significa quindi riaprire la questione della proprietà nel tempo dell’accesso.

Come cambiano le piattaforme quando incontrano il modello cooperativo
Di fronte alla società del noleggio, le cooperative non propongono di tornare al possesso individuale, ma, come dicevo prima, qualcosa di più radicale e più attuale: la proprietà condivisa delle infrastrutture digitali. Ed è proprio la proprietà condivisa la chiave per scardinare molte delle distorsioni tipiche della società del noleggio.
Quando una cooperativa nasce per rispondere ai bisogni condivisi dei propri soci e sviluppa una tecnologia a servizio di quei bisogni, la tecnologia non è progettata per estrarre valore da chi lavora. Lavoro non coincide con sfruttamento: al centro ci sono condizioni eque, tutele, dignità, legalità, sicurezza. I soci e le socie diventano protagonisti del lavoro attraverso la definizione democratica delle condizioni di lavoro.
In questo modello, la tecnologia diventa uno strumento di ottimizzazione delle procedure e un supporto al coordinamento. In questo senso, è un sistema di tracciamento utile anche a contrastare il lavoro sommerso. Ma non un meccanismo di controllo e disciplinamento come accade invece nelle piattaforme dominanti.
L’impatto concreto del rapporto tra piattaforme digitali e cooperative
Concretamente le cooperative modificano le piattaforme digitali in diversi modi. In primo luogo, nelle cooperative i criteri di assegnazione degli incarichi sono trasparenti. Ci sono esempi di matching basati anche sulle esigenze dei lavoratori (come nell’organizzazione dei turni), gestiti da persone e non dall’algoritmo.
Inoltre, i sistemi reputazionali non diventano strumenti disciplinari. Ci sono esempi di sistemi di valutazione che possono sostituire il rating individuale con revisione tra pari o valutazione del lavoro dell’intera cooperativa, evitando l’iper-individualizzazione.
I dati sono raccolti e utilizzati nell’interesse della base sociale. La proprietà collettiva dei dati, con attenzione alla privacy e alla profilazione, apre anche a nuove prospettive di gestione dei dati. I dati non sono una risorsa estratta, ma un patrimonio collettivo.
Nel modello cooperativo, le piattaforme non sono imposte dall’alto e non vedono la sostituzione del management algoritmico a quello umano. Sono co-progettate e nella stra grande maggioranza dei casi, la piattaforma è persino marginale. La piattaforma serve al coordinamento e all’ottimizzazione, non è il centro del potere o del business.
Tutto questo ha ovviamente un impatto anche sulla redistribuzione della ricchezza. Nel modello dominante, l’ottimizzazione tecnologica aumenta la marginalità per pochi. Nel modello cooperativo, la ricchezza non si concentra: viene redistribuita e reimmessa nella cooperativa.
Questo non è un dettaglio, perché significa che ogni miglioramento tecnologico può tradursi in ricavi, nuovi investimenti collettivi e una maggiore stabilità economica per chi lavora.
Chi governa le piattaforme?
Raccontando il rapporto tra piattaforme digitali e cooperative si evince che la tecnologia non deve essere un moltiplicatore di rendita per chi affitta l’accesso. Può diventare un moltiplicatore di valore condiviso. È questo che rende le cooperative una proposta concreta, non solo etica.
Il percorso cooperativo non è semplice: richiede investimenti, competenze, visione. Non è immediato, non è sempre “leggibile”, non è sempre facile portare avanti un progetto di cooperative e digitale.
Ma la prossima volta che incontriamo un ostacolo, proviamo a porci una domanda chiara: vogliamo continuare a pagare per usare infrastrutture che non controlliamo ed essere solo utenti a noleggio, o vogliamo essere co-proprietarie delle infrastrutture che organizzano il lavoro, i dati, l’economia, in poche parole, la nostra vita?
Forse, partendo da qui, il valore cooperativo smetterà di sembrare un’eccezione e tornerà ad essere una scelta strategica.
Il video del panel su piattaforme digitali e cooperative
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