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Enrico Santi intervista Giuseppe Guerini, presidente di Cooperatives Europe, sul ruolo delle cooperative come modello alternativo all’economia di guerra, in grado di costruire pace e giustizia sociale.
Giuseppe Guerini è presidente di Cooperatives Europe. L’organizzazione, con sede a Bruxelles, rappresenta le cooperative a livello continentale e conta 200mila imprese cooperative e cinque milioni di lavoratori. Della Confederazione fanno parte cooperative di tutti i settori. Inoltre, Cooperatives Europe è membro dell’Alleanza Internazionale delle Cooperative (ICA).
Guerini è intervenuto al simposio “Cooperative costruttrici di pace” svoltosi a Verona e organizzato dalla Fondazione Centro Studi Doc. “Il titolo scelto per questo appuntamento”, sottolinea, “coglie un fatto troppo spesso trascurato: la pace è un processo dinamico e, come ogni costruzione, richiede uno sforzo costante. La pace è un equilibrio ricercato attraverso continui aggiustamenti; è azione e, nelle situazioni di conflitto, è indispensabile il ruolo delle persone che tengono aperta una tensione verso la pace, che poi è sostanzialmente dialogo. La pace”, aggiunge, “non è mai permanente, deve essere costruita ogni giorno, insieme. Dev’essere coltivata, fatta crescere e nutrita come un fiore fragile. E noi vogliamo ostinatamente cercare di essere giardinieri della pace”.
Presidente Guerini, Cooperatives Europe ha sede nella stessa città che ospita il Parlamento europeo. Nel corso del suo intervento a Verona si è detto europeista convinto. Convinto anche perché l’Unione europea è un progetto per la pace tra i popoli?
Sì, sono un europeista convinto. Penso che il progetto di unificazione europea sia un progetto straordinario anche se non è privo di difetti. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che se parliamo di pace, e siamo riusciti a tenere i conflitti armati lontano dai nostri confini, purtroppo, però, l’Europa non è stata immune dalle guerre in questi 80 anni. Da questa narrativa abbiamo omesso gli anni di guerra nel Nord d’Irlanda, l’occupazione di Cipro del Nord, tutta la tragedia dell’ex Jugoslavia, solo per citare i conflitti armati interni al continente europeo. Altrimenti dovremmo aggiungere Afghanistan, Iraq, Libia e le centinaia di guerre sul continente africano.
E, purtroppo, adesso c’è una ripresa di un linguaggio, di una spinta a considerare la guerra come una delle soluzioni. La pace non è più una priorità nei discorsi politici della maggior parte dei leader europei; abbiamo normalizzato i discorsi belligeranti e inaugurato la stagione dell’economia di guerra dopo che, per anni, abbiamo sostenuto che la guerra non è lo strumento con cui risolvere i conflitti.
La Costituzione italiana, peraltro, è chiara su questo punto. Essa, infatti, sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, promuovendo la pace e la giustizia.
E in qualche misura questa è stata una posizione condivisa a livello europeo, ma oggi, purtroppo, non è più così. Si è tornati a pensare che la guerra sia una possibilità. Se ne parla con grande disinvoltura e ci sono molti che danno per scontato un coinvolgimento forte dell’Unione europea, o di diversi Paesi dell’Unione, in azioni di guerra. Qualcuno sta cercando di costringerci ad accettare un mondo basato sulla forza.
E la guerra è tornata prepotentemente ad essere un mezzo per fare affari anche nella civile Europa…
Sul piano economico, un grande affare lo è sicuramente, poiché le risorse impiegate per la guerra sono enormi. Ma l’Europa aveva sostanzialmente mantenuto la spesa militare abbastanza contenuta. Ora si dice “vabbè, ci siamo sempre fatti difendere dagli Stati Uniti…”. Ma io a questo tipo di difesa francamente non credo. Credo piuttosto nelle forme di difesa nonviolenta che mettano innanzitutto in primo piano la vita umana.
Contiamo quanti sono stati i morti nel conflitto in Ucraina, da una parte e dall’altra. Che valore vogliamo dare a queste persone? Se si guarda al Pil della Russia, vediamo che è sempre e soltanto aumentato durante la guerra, e con la guerra aumenta pure il Pil di Israele. Però aumentano anche i morti. E purtroppo i morti non vengono conteggiati come sottrazione al valore generale di un Paese. Questo è il clima che viviamo. Per noi, invece, le vite sono più importanti dei confini. Tutti conoscono il famoso adagio “Se vuoi la pace, preparati alla guerra”, ma è una grande mistificazione. Vale solo per i venditori di armi.
Lei sostiene anche che, oltre a un ritorno del bellicismo, ci troviamo davanti ad un “bullismo economico”. Che cosa intende dire con questo termine?
Esso è il precursore di un’economia di guerra. La cosiddetta cowboys economy dei “pistoleri digitali” delle big tech e del capitalismo di sorveglianza ha impostato un modello culturale economico basato sulla paura, un’antropologia dell’intimidazione su cui si costruisce una concentrazione di ricchezza senza precedenti che genera enormi disuguaglianze. E la guerra, come continuazione della competizione economica attraverso l’abuso della forza, è la conseguenza diretta di questo aumento senza precedenti dell’ingiustizia sociale.
La retorica della competitività si accompagna alla retorica della guerra, ma essa non è mai la cura, ma è sintomo di malattie gravi: la disuguaglianza e l’ingiustizia. Noi, al contrario, sosteniamo che la sicurezza sociale e la cultura sono la prima e vera difesa per i cittadini e solo proteggendo i cittadini possiamo anche proteggere il nostro modello di vita. Ecco perché, tornando a noi, abbiamo sempre più bisogno di cooperative e di imprese che mettano al centro le persone. La cultura e i valori da cui sono nati sono l’umanesimo, la solidarietà e la democrazia.
Ma sulla promozione del cooperativismo, così come l’ha delineato, crede che ci sia la necessaria sensibilità da parte delle istituzioni europee?
Veniamo da una stagione che ha visto un progresso molto importante in questo senso. Nel precedente mandato della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dal 2019 al 2024, abbiamo ottenuto un Piano d’azione per l’economia sociale, una raccomandazione, molti riconoscimenti dell’economia sociale nel suo complesso e, di conseguenza, anche del modello cooperativo. Oggi, sul piano delle dichiarazioni, questa attenzione rimane accesa, su quello dell’impegno concreto un po’ meno. Rimane comunque il fatto che si riconosce il valore economico, sociale e culturale che apportiamo all’Unione europea, ai principi democratici e alla tutela del lavoro. E questo resta pur sempre un fatto importante.
La cooperazione, sostiene, serve anche a tenere aperta la porta del dialogo tra le realtà delle diverse nazioni, anche quelle coinvolte nei conflitti.
Sono molto convinto di questa funzione e lo dimostra la storia stessa dell’Alleanza delle cooperative internazionali nei 135 anni dalla sua fondazione. Essa è la più longeva tra le organizzazioni internazionali di rappresentanza della società civile. È proprio questa diplomazia del movimento cooperativo che ci fa dialogare, anche perché esistono tanti progetti di intercooperazione.
Durante il simposio si è fatto riferimento all’alluvione che ha devastato la città di Valencia, in Spagna, e alla risposta cooperativistica in questa drammatica circostanza. Ebbene, c’è una cooperativa con sede a Istanbul, in Turchia, che ha fornito e tuttora fornisce una piattaforma digitale che è stata utilizzata negli interventi di risposta all’emergenza e di ricostruzione. È solo un esempio, ma questa è una dimostrazione molto interessante di collaborazione e di cooperazione internazionale.
Noi stessi come Cooperatives Europe partecipiamo a un progetto finanziato dall’Ue all’Alleanza cooperative internazionali sulla cooperazione allo sviluppo e sulla creazione di occasioni di collaborazione fra cooperative. E a gennaio presenteremo delle linee guida sulla cooperazione allo sviluppo in forma cooperativa, elaborata dal punto di vista europeo, e come stiamo lavorando in questa direzione.
Ma torniamo al ruolo del movimento cooperativo nel tentativo di pacificazione e di riconciliazione nei conflitti…
Sono molti i casi in cui le cooperative sono state strumento di riconciliazione, di conversione dall’economia di guerra all’economia di pace. Sul nostro sito internet c’è un report in inglese in cui sono raccontate molte di queste situazioni.
Pur in una situazione estremamente drammatica come quella attuale, in Cisgiordania resistono ancora cooperative miste israelo-palestinesi, sempre più in difficoltà, certo, sempre più messe in discussione dalla prepotenza di un’occupazione ogni giorno più violenta. Anche lì il movimento cooperativo ha sempre cercato di favorire il dialogo. In Colombia, dopo la guerra civile, gli ex combattenti hanno creato cooperative agricole, scegliendo di coltivare invece di combattere. E in Bosnia, dopo la sanguinosa guerra civile, le cooperative femminili hanno contribuito a ricostruire non solo vite ma anche fiducia, superando le divisioni etniche. In Ruanda le cooperative di caffè e cacao hanno contribuito al processo di riconciliazione dopo il genocidio del ‘94.
Ognuna di queste storie ci ricorda che la cooperazione non è teoria, è riconciliazione in azione. Le cooperative nascono per condividere risorse e soddisfare bisogni. Crediamo che il mercato sia un luogo di collaborazione e scambio piuttosto che di conflitto. Per noi, competitività significa lavorare insieme, non competere gli uni contro gli altri. Ricordo, inoltre, che l’impegno per la pace accompagna fin dalla sua costituzione l’International Cooperatives Alliance.
Se si vuole la pace, quindi, si deve costruire la giustizia sociale. Sembra una frase fatta, ma per il vostro mondo è un impegno quotidiano.
Esattamente. Se andiamo a vedere, in quasi tutti i conflitti in corso c’è una contesa sulle risorse basata sulla prepotenza e non certo sulla condivisione… Uno delle possibili, anzi probabili, ulteriori guerre che potrebbero scatenarsi riguarda il Venezuela. Si racconta in maniera artificiosa che esso sia un Paese produttore ed esportatore di droga. In realtà si vuole andare a prendere il petrolio che gli americani del nord considerano “roba nostra”. E poi vogliamo vedere dove e da chi è stato creato il Fentanyl? Come è stato distribuito e che ruolo hanno avuto le industrie farmaceutiche? Prima che diventasse un prodotto appetibile per i narcotrafficanti è stato introdotto, sperimentato, spinto sul mercato americano dalle grandi industrie farmaceutiche.
C’è un libro molto istruttivo da questo punto di vista, si intitola “Morti per disperazione e il futuro del capitalismo”, scritto da Angus Deaton, premio Nobel per l’economia 2015, e Anne Case.
Concludendo, presidente Guerini, in che modo le cooperative costruiscono una via verso la pace anche oltrepassando l’economia di guerra?
In un’epoca di profonde disuguaglianze, in cui pochi possiedono gran parte della ricchezza mondiale mentre milioni di persone lottano per la sopravvivenza, le cooperative rispondono con un modello economico basato su mutualità, democrazia, partecipazione e solidarietà. Le cooperative, inoltre, sono scuole di democrazia e dialogo poiché ogni socio conta come “uno”. Non si tratta di una questione tecnica ma profondamente politica: far parte di una cooperativa significa imparare ad ascoltare, a discutere, a decidere insieme.
La pace non è silenzio o uniformità, è la capacità di convivere con le nostre differenze senza distruggerci a vicenda. Cooperare è lavorare con dignità perché non può esserci pace dove c’è fame e dove manca il lavoro. E il movimento cooperativo dimostra che possiamo fare impresa senza distruggere e produrre ricchezza senza sfruttamento. Far parte di una cooperativa significa credere che il bene comune conti più del guadagno privato. È una forma viva di cittadinanza attiva: democrazia non solo nelle cabine elettorali, sempre più deserte purtroppo, ma nei luoghi di lavoro, nelle comunità e nella vita quotidiana.
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