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Pubblichiamo oggi l’intervista di Enrico Santi a Giuseppe Ciarallo, autore di “Era bello il mio ragazzo”, il canzoniere del dolore e della rabbia, che affronta il dramma delle morti bianche sul lavoro.
Il tema trattato nell’intervista è particolarmente caro alla Fondazione Centro Studi Doc, impegnata da anni nel promuovere la sicurezza sul lavoro e nel contempo a valorizzare l’arte e la musica come strumenti di cultura, giustizia sociale ed emancipazione umana.

Enrico Santi

Giuseppe Ciarallo, autore di “Era bello il mio ragazzo”

“Vorrei che libri come questi diventassero inutili, che gli incidenti e i morti sul lavoro fossero un ricordo triste di tempi passati”. Giuseppe Ciarallo, 67 anni, milanese, è uno degli scrittori più eclettici e controcorrente del panorama culturale italiano. Un intellettuale che sa coniugare scrittura, poesia, arte e musica. L’ultimo suo lavoro è “Era bello il mio ragazzo – Morti sul lavoro. Canzoniere del dolore e della rabbia” pubblicato dall’editore bolognese Pendragon. L’argomento, purtroppo, è di stringente attualità. Nel 2024, in Italia le “morti bianche” sono state 1.090 (49 in più rispetto al 2023). Cifra che sale a 1.481 contando le vittime “in itinere”. Numeri purtroppo non destinati a diminuire visti i dati dei primi mesi di quest’anno.

Il volume, con la prefazione di Luigi Manconi e Chiara Tamburello e una postfazione di Massimo Vaggi, scrittore e avvocato nelle cause per amianto, contiene i testi di 73 canzoni, ognuna accompagnata da una scheda storico-critica dell’autore, che raccontano il dramma delle morti sul lavoro e per il lavoro, e 73 illustrazioni. Un’opera collettiva, quindi, cui hanno partecipato i migliori esponenti della satira politica, come Bucchi, Vauro, Giuliano, Staino, Allegra, Biani, e giovani talenti altrettanto incisivi. Queste opere, tra l’altro, sono protagoniste di una mostra itinerante. Il libro è stato stampato in collaborazione con l’Associazione familiari e vittime amianto – Emilia Romagna e con Comma 2 – Lavoro e Dignità, associazione di giuristi che si occupano di solidarietà sociale a tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Incontriamo Giuseppe Ciarallo a Verona, dove è stato invitato a presentare il suo libro nell’ambito della Festa dell’Unità. Le molte sedie vuote sono lì a testimoniare che la strada per fare opera di sensibilizzazione su questo tragico fenomeno è ancora lunga da percorrere.

Ciarallo, lei è un autore decisamente eclettico, che spazia dalla poesia e dalla satira politica alle sceneggiature di graphic novel. Scrive racconti, saggi di musica e letteratura e collabora con molte riviste… Come è nata l’idea di questo libro, così personale e collettivo nello stesso tempo, e dal titolo particolarmente significativo?

Questo libro nasce innanzitutto dalla volontà di mantenere sempre e costantemente alto il dibattito su un argomento che dovrebbe essere centrale nell’agenda di ogni governante di una nazione che si dice civile e democratica: quello della sicurezza sul lavoro. Sembra invece che alle istituzioni di qualsiasi livello, a partire dal Governo in giù, nulla importi della strage quotidiana di lavoratrici e lavoratori. Questi drammi che si ripetono di giorno in giorno in un macabro rituale, anche dai media vengono trattati con la stessa superficiale attenzione che si riserva alla love story della influencer di turno o alla frivola notizia riguardo ai costumi di questo nostro Paese imbarbarito. Un serio dibattito per affrontare e cercare di risolvere la questione degli infortuni e delle morti sul e per il lavoro non si è mai affrontato e, pessimisticamente, possiamo dire mai si affronterà, almeno finché il guadagno e la produzione saranno ritenuti più importanti della vita di esseri umani. Anche la mia famiglia, peraltro, è stata toccata direttamente da questa tragedia: mio padre perse due dita della mano sinistra sulla catena di montaggio all’Innocenti Leyland, fabbrica automobilistica milanese, inoltre si portò dentro per trent’anni un tumore, probabile “regalo” dell’industria farmaceutica in cui aveva poi lavorato.

Con il chiaro intento di mantenere sempre alta l’attenzione sullo stillicidio in atto, ho pensato e ho lavorato al mio libro per più di tre anni, e la sua forma testimonia il mio tentativo di unire tre diversi linguaggi artistici: la musica, espressa attraverso i testi delle canzoni, la letteratura, rappresentata dalle annotazioni storico-critiche da me scritte, e l’arte grafica con le numerose illustrazioni di artisti vari, tra i quali compaiono alcuni dei più importanti disegnatori satirici italiani (Staino, Giuliano, Contemori, Vauro, Biani, Magnasciutti, Bucchi, De Angelis, Maramotti, Nardi, Saint Pierre, Trojano) e giovani dal brillante avvenire (Bettinelli, Cicellyn Comneno, Leporatti).

Per quanto riguarda il titolo del libro, naturalmente richiama la bellissima canzone che Anna Identici interpretò sul palco di Sanremo, gettando scompiglio in una kermesse che mai prima di allora si era discostata da quella che veniva orgogliosamente chiamata “canzone italiana”, caratterizzata dall’argomento monotematico dell’amore (pur in tutte le sue forme). Anna Identici, che verrà eliminata dalla gara dopo la sua prima esecuzione del brano, crea enorme turbamento presentando, al posto dell’attesa canzone d’amore, un testo altamente politico, potente, duro pur nella dolcezza delle parole di una madre che piange un figlio morente per un incidente in cantiere. Insomma, questo brano di Anna Identici racchiude in sé l’intento del mio libro, la volontà di denuncia di una strage che si può e che deve essere fermata.

Con quale criterio sono state scelte le 73 canzoni? E quali particolarità ha riscontrato in quella che è, con tutta evidenza, diventata una vera e propria ricerca di carattere sociologico?

Partendo dal periodo storico del secondo dopoguerra, la mia ricerca è avvenuta “a tappeto” nel senso che volevo che il Canzoniere contenesse tutte i brani che negli ultimi ottanta anni hanno raccontato il dramma delle cosiddette morti bianche. Naturalmente questo mio lavoro non ha alcuna pretesa di completezza. Analizzando i testi delle settantatre canzoni – di cui tre sono in lingue diverse dall’italiano – in effetti ho avuto modo di scoprire di quanto e come il nostro Paese sia cambiato decennio dopo decennio: dapprima le canzoni riguardavano le emigrazioni di massa dei nostri contadini poveri del sud, si parlava di miniere, di solfare, per poi passare al lavoro nelle fabbriche del nord, fino all’insorgere del problema dell’amianto, e poi la maggior attenzione per le questioni ambientali – con l’esempio di Taranto – e ancora, lo sfruttamento di immigrati extracomunitari nei campi di pomodori e nel settore agroalimentare, nella logistica, nei call center, il vero e proprio schiavismo cui vengono sottoposti i rider… Sì, direi che la mia ricerca ha assunto anche caratteri riguardanti storia e sociologia.

Di particolarità ne sono saltate fuori a bizzeffe. Ad esempio, solo quattro canzoni su settantatre raccontano della morte di lavoratrici (forse per il minor impiego di manodopera femminile nei settori più “pericolosi”, come le miniere, l’industria pesante e i cantieri edili) eppure in un’organizzazione del lavoro come quella attuale, le donne muoiono né più né meno degli uomini.

Altra considerazione attiene al mancato reperimento, durante la ricerca, di canzoni francesi a tema (mentre ho trovato brani spagnoli, portoghesi e statunitensi). Eppure la questione sicurezza sul lavoro è molto sentita in Francia.

Invece, sempre restando in casa nostra, ho potuto notare un buco temporale terrificante, che va dal 1976 al 1994, nel quale non sono state prodotte canzoni che parlano di morti sul lavoro. Sarà un caso, ma questo periodo di tempo coincide con la comparsa, dapprima come imprenditore dell’edilizia, dell’industria televisiva e dell’informazione cartacea e poi come politico, di Silvio Berlusconi e del berlusconismo, quella way of life spensierata, fatta di Milano da bere, di aperitivi e di leggerezza che tanti danni ha fatto alla cultura e alla capacità critica di un’intera nazione.

Attraverso le canzoni si intravedono cambiamenti di sensibilità su questo tema nel corso dei decenni?

Ho notato uno stacco netto tra le canzoni del secolo scorso e quelle del nuovo millennio. Nelle prime è evidente l’influenza della canzone d’autore, i testi scritti da poeti e intellettuali, nei quali c’è sì la collera verso le ingiustizie, ma anche molta ironia (vedi i brani de I Gufi, di Jannacci-Fo, di Tony e i Volumi e di Roversi-Dalla). Nei testi della generazione successiva l’impronta ironico-satirica scompare quasi del tutto, tranne che nel brano di Caparezza, lasciando spazio unicamente alla rabbia pura. In questo può aver contribuito l’irruzione, nella scena musicale, del rap, genere che ha la “durezza” come elemento importante. Le parole diventano gragnuole di pugni nello stomaco, come nel testo dei ControRessa, caustico, abrasivo, dove nulla è lasciato all’immaginazione, dove non c’è spazio per la metafora e le parole vengono sbattute con violenza sul muso di chi le ascolta, e di chi ha causato tanto dolore. Anche se non mancano testi poetici stile vecchia scuola, come nel caso dei brani di Enzo Avitabile e Francesco Guccini, Marco Rovelli, Alessio Lega.

Il volume contiene 73 illustrazioni. Un’adesione imponente ed entusiastica da parte di “mostri sacri” e di giovani talenti. Cosa l’ha colpita nella “lettura” delle loro opere?

Innanzitutto mi ha reso felice la loro immediata e entusiastica disponibilità ad abbracciare il progetto Canzoniere. Ho lasciato loro la massima libertà espressiva, naturalmente restando fedeli al macro tema, ed è stato bellissimo vedere realizzato l’arcobaleno dei mille colori che compongono la parte iconografica del libro nonché l’omonima mostra itinerante che sto portando in giro per l’Italia.

Come scrittore esordisce nel 1994 con Opinioni di un sax tenore, che nel titolo evoca le Opinioni di un clown di Heinrich Böll, incentrato sul rapporto, spesso problematico, tra un musicista di jazz e il suo strumento. Come nasce questo connubio scrittura-musica?

Sono due grandi passioni che coltivo da oltre mezzo secolo. L’amore per la scrittura nasce in me dalle lezioni di Italiano e Storia di un mio vecchio professore delle superiori, il professor Giosué Bonfanti, raffinatissimo intellettuale della scena milanese, intimo amico del poeta Vittorio Sereni. Lui mi spronò a scrivere e io, acquisii coscienza della mia capacità e velocità di scrittura, tanto che capitava spesso che scrivessi i temi dei miei compagni di classe dopo aver consegnato il mio. La musica, invece, credo fosse all’epoca una attrazione comune a tutti i ragazzi della mia generazione, cresciuta nel mito del 33 giri e fortunatissima per essere capitata in uno dei periodo più fecondi della storia della musica, della musica di ogni genere.

Nei suoi racconti non mancano i temi del razzismo, delle migrazioni, della guerra. Fenomeni, tra l’altro, che alimentano lo sfruttamento sul lavoro. La letteratura ha ancora qualcosa da dire oggi?

Sono sempre stato interessato alla letteratura sociale, quella che parla della vita vera delle persone, che affronta i temi che attengono strettamente a tutto ciò che ha a che fare con le esistenze spesso tormentate di donne e uomini e con l’eterno conflitto per i diritti, la dignità, la libertà, la giustizia sociale… Mi piace lavorare in gruppo. Sono numerosi i miei racconti contenuti in opere collettanee, i lavori di sceneggiatura di graphic novel disegnati a più mani, la curatela di mostre e cataloghi contenenti opere grafiche di numerosi illustratori. Per quanto riguarda l’importanza della letteratura, direi che la letteratura, ma estenderei il concetto all’arte in genere, non solo è più importante che mai, ma è necessaria come l’aria. Nel nostro disgraziato Paese, dove un adulto su tre è un analfabeta funzionale (e cioè sa leggere e scrivere ma non comprende testi più lunghi di due righe e non è in grado di mettere in correlazione eventi diversi), le istituzioni dovrebbero promuovere la cultura – anziché ostacolarne la diffusione – per far sì che la capacità critica dei cittadini torni al di sopra di un livello minimo di sicurezza. Un popolo colto e consapevole è un popolo non addomesticabile, e questo è un valido antidoto alle pulsioni dispotiche di certe forze politiche.

Ciarallo, lei è stato tra i fondatori della Nuova Rivista Letteraria. Che bilancio fa di questa avventura?

Nel 2008 il mio caro amico Stefano Tassinari, scrittore, poeta, intellettuale, agitatore culturale scomparso nel 2012, riunì intorno a sé un nucleo di scrittori, poeti, intellettuali, tra i quali ebbe la fortuna di esserci anche il sottoscritto, al fine di varare un suo progetto di rivista (Letteraria) e, dopo l’ubriacatura solipsistica degli anni Ottanta, ricreare una dimensione collettiva intorno alla quale far nascere uno strumento capace di essere punto di riferimento – nell’ambito di una sinistra sfilacciata – riguardo ai grandi temi sociali, culturali e politici, partendo dallo specifico letterario. Tra mille difficoltà l’esperienza Letteraria è decollata e ha prodotto davvero tanto pregiato materiale di discussione per quasi un decennio, anche morendo e rinascendo tante volte in forma nuova.

I prossimi progetti?

Di idee ne ho sempre a decine. Però poi devo fare i conti con la realtà e dedicarmi a quelli che offrono una pur minima possibilità di realizzazione. Dopo la biografia a fumetti del genio della musica Frank Zappa, per la quale ho scritto dialoghi e sceneggiatura, e realizzato nella parte grafica dal mio amico e compagno di tante avventure Manlio Truscia, mi piacerebbe creare un analogo progetto dedicato a Tom Waits. Ho poi già pronto materiale per un graphic novel ambientato nella mia amata città, Milano. Una cosa alla quale tengo particolarmente, e per la quale sto lavorando da un anno circa, è l’uscita, nel prossimo ottobre, di Zona Franca – Semestrale di letteratura sociale, una rivista che rinascerà – dopo la fine di Zona Letteraria causata dalla pandemia di covid che ne ha impedito la diffusione in presenza – in nuova forma e col nuovo editore fiorentino I libri di Mompracem, sulla scia delle passate esperienze editoriali (Letteraria, con Editori Riuniti; Nuova rivista letteraria e Nuova rivista letteraria – nuova serie, con Ed. Alegre; Zona Letteraria, con Prospero Editore).

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