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L’Italia è uno dei Paesi europei con la più alta concentrazione di imprese cooperative. Questo risultato deriva da un percorso normativo unico e da politiche regionali capaci di trasformare i principi costituzionali in strumenti concreti. Analizziamo le leggi che hanno plasmato il modello cooperativo in Italia, con uno sguardo particolare all’esperienza dell’Emilia-Romagna.
Le principali leggi nazionali che hanno favorito il modello cooperativo in Italia
Il punto di partenza è l’articolo 45 della Costituzione italiana, che riconosce la funzione sociale della cooperazione. Lo Stato non solo promuove e favorisce lo sviluppo delle cooperative, ma stabilisce che esse debbano operare per il mutuo vantaggio e non per il profitto individuale. Questo principio costituisce la cornice giuridica entro cui si muoveranno tutte le successive leggi di settore.
Dopo la soppressione del movimento cooperativo durante l’epoca fascista, la Legge Basevi del 1947 segna una vera rinascita. Stabilisce regole fondamentali per il funzionamento delle cooperative. In primo una struttura legale chiara e distinta dalle società di capitali. inoltre, una governance democratica basata sul principio “una testa, un voto”. E i limiti alla distribuzione degli utili, a tutela della mutualità prevalente. Questa legge segna la differenza sostanziale tra impresa cooperativa e impresa lucrativa.
La Legge Marcora del 1985 rappresenta una svolta decisiva. Nasce per fronteggiare le crisi industriali e introduce il meccanismo del worker buyout, consentendo ai lavoratori di aziende in difficoltà di costituire cooperative per rilevare l’impresa e mantenerla attiva. Gli strumenti previsti includono l’accesso a finanziamenti agevolati attraverso Coopfond e CFI, la possibilità di trasformare la NASpI in capitale sociale e la priorità nei bandi pubblici di riconversione industriale. In Emilia-Romagna questo strumento ha salvato centinaia di aziende e migliaia di posti di lavoro.
Un altro pilastro del modello cooperativo in Italia è la Legge 59/1992, che istituisce i fondi mutualistici. Ogni cooperativa deve destinare il 3% degli utili annuali a fondi gestiti dalle centrali cooperative (Legacoop, Confcooperative, AGCI). Questi fondi hanno tre finalità principali. In primo luogo, sostenere la nascita di nuove cooperative. Inoltre, di finanziare innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica. Infine, di promuovere formazione e cultura cooperativa. Il risultato è un sistema autosufficiente, capace di redistribuire risorse all’interno del movimento.
Con il Codice del Terzo Settore, il legislatore ha rafforzato il ruolo delle cooperative sociali, riconoscendone la centralità nel sistema di welfare. Le principali innovazioni riguardano la coprogettazione e coprogrammazione tra enti pubblici e cooperative sociali, una maggiore certezza giuridica nell’affidamento di servizi e l’accesso a fondi e strumenti finanziari dedicati. Questa riforma ha dato alle cooperative sociali un quadro normativo più stabile, favorendone la crescita e il radicamento territoriale e distinguendo le forme di lavoro da quelle di volontariato.
Le principali leggi del modello cooperativo in Italia
| Legge / Riferimento | Anno | Contenuto principale | Effetti concreti |
|---|---|---|---|
| Costituzione – Art. 45 | 1948 | Riconosce la funzione sociale della cooperazione e promuove il suo sviluppo. | Base giuridica per tutte le successive normative sulle cooperative. |
| Legge Basevi (n. 1577) | 1947 | Definisce struttura, governance democratica e limiti alla distribuzione degli utili. | Distinzione netta dalle imprese lucrative e rilancio del movimento post-fascismo. |
| Legge Marcora (n. 49) | 1985 | Introduce il worker buyout e strumenti per salvare imprese in crisi. | Centinaia di aziende salvate, migliaia di posti di lavoro mantenuti, nascita di nuove cooperative di lavoro. |
| Legge n. 59 | 1992 | Istituisce i fondi mutualistici, con obbligo del 3% degli utili destinati al movimento cooperativo. | Rafforzamento della solidarietà intercooperativa, sostegno a innovazione e nuove imprese. |
| Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117) | 2017 | Riforma il settore nonprofit, riconoscendo il ruolo centrale delle cooperative sociali. | Maggiore certezza negli affidamenti pubblici, accesso a fondi dedicati, sviluppo del welfare comunitario. |
Gli strumenti di sostegno al modello cooperativo in Italia
Grazie alle leggi citate, le cooperative hanno accesso a strumenti specifici come:
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finanziamenti agevolati tramite Coopfond e CFI;
-
conversione della NASpI in capitale sociale;
-
priorità nei bandi pubblici per la riconversione d’impresa.
Questi strumenti hanno avuto un impatto concreto, soprattutto in Emilia-Romagna, dove hanno permesso di salvare imprese dal fallimento, mantenere posti di lavoro e rafforzare la cultura della partecipazione. La Regione Emilia-Romagna ha, infatti, trasformato il dettato costituzionale e le leggi nazionali in politiche concrete. Lo Statuto regionale riconosce espressamente la cooperazione come impresa orientata a solidarietà, partecipazione e inclusione. Le azioni regionali comprendono il sostegno a progetti di rigenerazione urbana e welfare comunitario, incentivi per la transizione ecologica nel settore agroalimentare e programmi di formazione professionale in chiave cooperativa. Inoltre, le centrali cooperative partecipano stabilmente ai tavoli di sviluppo economico, garantendo un dialogo diretto con le istituzioni.
Il ruolo delle centrali cooperative e della formazione
Il successo del modello cooperativo in Italia si basa anche sulla capacità delle centrali cooperative di svolgere attività di advocacy, elaborando proposte legislative e coinvolgendo i soci nei processi decisionali.
Fondamentale è, inoltre, l’investimento nella formazione cooperativa, che avviene tramite corsi sui principi mutualistici, mentoring tra soci e partecipazione alle assemblee. Questi strumenti preservano l’identità cooperativa ed evitano derive verso logiche puramente capitalistiche.
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