Condividi

Tempo di lettura: 3 minuti

Nel giorno in cui si celebra la festa dei lavoratori, il Diritto Costituzionale all’equa retribuzione diventa diritto ai trattamenti minimi.

Il comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 172 considera “salario giusto” il trattamento economico minimo definito dai contratti collettivi.
di Chiara Chiappa, presidente di Fondazione Centro Studi Doc ETS 

Il salario giusto nel nuovo decreto sul lavoro

Ancora una volta, il governo Meloni ha scelto il Primo Maggio, Festa Internazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici, per varare un decreto sul lavoro: da oggi, viene considerato come “giusto” il salario minimo stabilito dai CCNL, sottovalutando così l’art. 36 della Costituzione secondo cui

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Ma se la definizione di “salario giusto” è riferita ai soli accordi collettivi, a magistrate e magistrati viene tolta la facoltà di valutare se una retribuzione sia davvero dignitosa: il diritto stabilito dall’articolo 36 della Costituzione dipenderà dai rapporti di forza tra le sigle sindacali e datoriali.

Se il trattamento minimo diventa “legale” il giudice non ha più margine di difendere la retribuzione che risulta insufficiente secondo la Costituzione.

Sebbene i diritti di lavoratrici e lavoratori non siano limitatə alla retribuzione ma comprendano la dignità dei rapporti e la conciliazione tra tempi di vita e lavoro, le conseguenze politiche e sociali di un tale decreto sono gravissime: se il trattamento minimo diventa giusto per legge, la sopravvivenza diventa l’unico diritto e nessuna rivendicazione di miglioramento può essere più tollerata!

Il salario minimo può essere considerato “salario giusto”?

Con una capriola semantica molto azzardata, il trattamento economico minimo definito dai contratti collettivi, spesso scaduti,  viene considerato dal decreto del governo Meloni come “salario giusto“, anche se non sufficiente  a mantenere una famiglia, pagare un affitto, sostenere l’inflazione, pagare le spese mediche: in poche parole “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Le tabelle minime dei CCNL

In questo modo il governo allontana ancora di più un salario minimo fissato per legge, discussa negli ultimi anni e in vigore in tanti paesi europei.

Nella ricostruzione della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, ripresa in un contributo pubblicato su Lavoro Diritti Europa, su 61 contratti selezionati, 22 risultavano sotto i 9 euro orari proposti come retribuzioni minime in Italia; di questi, 4 sotto gli 8 euro.

CCNL / settore Retribuzione minima oraria stimata con ratei
Operai agricoli e florovivaisti circa 7,0 €
Industria del vetro e delle lampade circa 7,1 €
Settore privato dell’industria armatoriale circa 7,6 €
Industria calzature circa 7,9 €
Pulizie artigiane / sanificazione circa 8,1 €
Quadri e impiegati agricoli circa 8,2 €
Acconciatura, estetica, tatuaggio, piercing, centri benessere circa 8,3 €
Cooperative e consorzi agricoli circa 8,4 €
Socio-assistenziale, socio-sanitario ed educativo circa 8,6 €
Tessile-abbigliamento / moda / pelli / calzature PMI circa 8,6 €
Tessile e abbigliamento circa 8,7 €
Multiservizi / pulizie / servizi integrati circa 8,8 €
Cooperative sociali socio-sanitarie, assistenziali, educative e inserimento lavorativo circa 8,8 €

Incentivi economici a chi rispetta le leggi: ma questo non dovrebbe essere la normalità?

Con il decreto 2026 si garantisce una ricompensa per una condotta obbligatoria, come se la legalità fosse qualcosa di straordinario, degno di un premio economico.

Per godere delle decontribuzioni premiali previste dal Decreto i datori di lavoro devono rispettare i minimi tabellari considerati “salario giusto”:  ma rispettare la legge non è una eventualità straordinaria, è un obbligo, la normalità.

Eppure, già dal 2015, con l’art. 51 del D.lgs. 81 del  Jobs Act , le imprese per ottenere il DURC (Documento Unico di regolarità contributiva) sono tenute al rispetto dei minimi contrattuali stabiliti dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale.

 

_________________________________________________________________________________________

Vuoi saperne di più su diritti, dignità del lavoro pratiche di cooperazione, innovazione e sostenibilità? Ti interessa il mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura? Non perderti nessun aggiornamento, segui il canale WhatsApp di Fondazione Centro Studi Doc.


Condividi