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Con l’aumento delle temperature estive e la diffusione capillare delle piattaforme digitali, le condizioni di chi lavora nel food delivery sono sempre più precarie. Il caldo torrido è solo una delle facce di un problema sistemico. Il cuore della questione è un’organizzazione del lavoro dominata dagli algoritmi, opaca e priva di tutele reali: un vero e proprio sfruttamento delle e dei rider.

Caldo estremo e diritti negati

Recentemente, numerose regioni italiane hanno adottato misure per fermare il lavoro all’aperto nelle ore più calde. Nello specifico, hanno vietato o limitato il lavoro esposto ad alte temperature tra le 12:30 e le 16:30. Queste misure mirano a tutelare la salute di chi lavora in settori come agricoltura o edilizia. Al contrario, restano spesso inapplicate nel settore del delivery, dove lo sfruttamento delle e dei rider l* porta continuamente a pedalare sotto il sole cocente per rispettare i tempi imposti dalle app.

Secondo l’analisi condotta da Marco Omizzolo per Eurispes, limitarsi a bloccare il lavoro nelle ore più calde non risolve la questione. Il vero nodo è l’assenza di un contratto chiaro e di una o un datore di lavoro riconoscibile. Tale mancanza rende impossibile applicare qualsiasi forma di tutela in modo uniforme.

In altre parole, uno degli aspetti centrali nello sfruttamento delle e dei rider è il ruolo degli algoritmi. Questi sistemi automatizzati decidono turni, punteggi, bonus e penalità. Come evidenziato anche dalla sociologa Maria Barberio nel saggio Sfruttamento del lavoro e digitalizzazione (Rubbettino, 2024), le e i rider sono soggett* a una pressione costante a restare disponibili e reattiv*, pena la perdita di visibilità e guadagni futuri.

L’iper-connessione e l’obbligo implicito di reperibilità rappresentano una forma moderna di sfruttamento opaco. Qui, la lavoratrice e il lavoratore sono costrett* a rispondere sempre alla chiamata dell’algoritmo, anche in condizioni di caldo estremo, pioggia o stress fisico e mentale.

Sfruttamento delle e dei rider e caporalato digitale

L’indagine dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro, iniziata nel 2019, ha fatto emergere un fenomeno diffuso di caporalato digitale. Nello specifico, ha rivelato un mondo fatto di account ceduti illegalmente, subappalti informali tra rider, e percentuali trattenute da “caporali” digitali. Questo modello porta a una competizione al ribasso e all’autosfruttamento, come descritto dal giuslavorista Tullini (Economia e Società Regionale, 2018).

Le piattaforme non selezionano il personale, scaricando ogni rischio economico su lavoratrici e lavoratori. In questo contesto, lo sfruttamento delle e dei rider assume una forma sistemica. Esso non è legato non solo al meteo, ma all’intero impianto produttivo e tecnologico su cui si fondano le piattaforme digitali.

Concentrare l’attenzione solo sul fattore climatico è, come scrive Omizzolo, “guardare il dito quando indica la luna”. Occorre una riforma che ridisegni il concetto di lavoro, tempo, ambiente e valutazione della prestazione. Solo così si potrà interrompere il ciclo dello sfruttamento delle e dei rider, che oggi continua anche con 40 gradi all’ombra, sotto la pioggia, di notte o durante le festività.

In definitiva, sfruttamento delle e dei rider non significa solo condizioni dure. Al contrario, significa anche mancanza di diritti, solitudine organizzativa, sorveglianza digitale, stress psico-fisico e totale deresponsabilizzazione della datrice e del datore di lavoro. Serve un’azione decisa da parte del legislatore, prima che la prossima ondata di caldo porti a nuove tragedie evitabili.

Leggi anche: Il Rapporto Fairwork Italia 2024 sul lavoro su piattaforma

Foto di Norma Mortenson

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