{"id":13748,"date":"2024-04-30T15:38:41","date_gmt":"2024-04-30T13:38:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/?p=13748"},"modified":"2024-04-30T15:38:41","modified_gmt":"2024-04-30T13:38:41","slug":"ragioni-e-rattoppi-al-calo-della-natalita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/index.php\/2024\/04\/30\/ragioni-e-rattoppi-al-calo-della-natalita\/","title":{"rendered":"Ragioni e rattoppi al calo della natalit\u00e0"},"content":{"rendered":"<span class=\"span-reading-time rt-reading-time\" style=\"display: block;\"><span class=\"rt-label rt-prefix\">Tempo di lettura: <\/span> <span class=\"rt-time\"> 14<\/span> <span class=\"rt-label rt-postfix\">minuti<\/span><\/span><p><strong><em>Viaggio tra l\u2019Italia del \u201cquando lo fai un bambino?\u201d e quella del \u201cottimo CV, ma non avr\u00e0 per caso intenzione di avere figli?\u201d.<\/em><\/strong><\/p>\n<h3><strong>Il declino della natalit\u00e0: un processo di lungo periodo<\/strong><\/h3>\n<p><strong>In Italia non si fanno bambini<\/strong>. Il fatto, ormai noto, divide la popolazione tra traballanti incentivi alla figliazione e aspre battaglie contro l\u2019aborto, portate avanti da chi ritiene tale questione un problema di pigrizia e mancanza di responsabilit\u00e0 delle donne rispetto al proprio ruolo di madri. In quest\u2019ottica, la genitorialit\u00e0 come scelta non compare: da una parte, viene vista come convenienza, un mezzo per accedere a un premio, come quando nel 2019 \u00e8 stato proposto di incoraggiare la natalit\u00e0 regalando un <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/politica\/19_giugno_13\/terra-coltivare-chi-fa-terzo-figlio-ma-no-famiglie-allargate-d28ae63c-8dac-11e9-bd73-fad8388dc5ff.shtml\">campo coltivabile alle famiglie che avrebbero messo al mondo il terzo figlio o la terza figlia<\/a>; dall\u2019altra parte, la maternit\u00e0 (e solo lei, in questo caso di padri non si parla) diviene una costrizione, quasi una punizione, per quelle donne che \u201cnon sono state abbastanza attente\u201d e sono rimaste incinte senza volerlo.<\/p>\n<p>\u00c8 vero, per\u00f2, che negli anni <strong>il numero delle nascite \u00e8 diminuito<\/strong>, arrivando <strong><a href=\"https:\/\/www.istat.it\/storage\/rapporto-annuale\/2023\/Rapporto-Annuale-2023.pdf\">al di sotto della quota di 2,1 figli o figlie in media per donna<\/a>, necessaria a garantire il<\/strong> <strong>ricambio generazionale<\/strong> della popolazione. \u00c8 cos\u00ec che in Italia diminuiscono i nuovi nati e le nuove nate e aumentano le persone anziane, con forti conseguenze di medio e lungo periodo sul mondo del lavoro e sulle pensioni. Il problema, comune a diversi paesi europei come anche Francia e Germania, si protrae dalla met\u00e0 degli anni Settanta, quando per la prima volta l\u2019Italia non super\u00f2 il suddetto valore di garanzia, per arrivare al suo <strong>minimo storico nel 1995<\/strong>, con una media di 1,19 figli per donna. Da allora, secondo i dati ISTAT, si ottenne una parziale ripresa della natalit\u00e0 che raggiunse il suo <strong>picco nel 2010, col massimo relativo di 1,44 unit\u00e0 in media<\/strong>. A seguire, fattori come il perdurare delle conseguenze economico sociali della<strong> crisi del 2008<\/strong>, causarono un ulteriore declino delle nascite e il <strong>raggiungimento nel 2022 della media di 1,24 figli per donna<\/strong>, secondo il rapporto annuale ISTAT 2023.<\/p>\n<p>Sono molteplici i fattori a pesare sul calo delle nascite, tra cui troviamo anche mutamenti strutturali, quali la <strong>diminuzione del numero di donne in et\u00e0 fertile<\/strong>. Spiega infatti il <a href=\"https:\/\/www.istat.it\/it\/files\/2023\/10\/Report-natalita-26-ottobre-2023.pdf\">report natalit\u00e0 26 ottobre 2023<\/a>, rilasciato sempre dall\u2019ISTAT, che le donne nate durante il <em>baby-boom <\/em>degli anni Sessanta e Settanta sono ad oggi quasi tutte uscite dalla fase riproduttiva: a contribuire al numero di nuove nascite in Italia sono quindi coloro che sono venute al mondo successivamente, durante la fase di <em>baby-bust<\/em> del ventennio 1976-1995, ovvero di quando la natalit\u00e0 inizi\u00f2 a calare. Se questo vale per le donne italiane di origine italiana, allo stesso tempo si sta riducendo anche il contributo positivo sul numero delle nascite apportato soprattutto nei primi anni Duemila dalla popolazione di origine straniera, che nel 2023 si stimava essere l\u20198,6% dei residenti totali nel Paese.<\/p>\n<p><strong>Ma \u00e8 vero che se i figli e le figlie non si fanno \u00e8 perch\u00e9 &#8220;non si desidera la genitorialit\u00e0&#8221;?<\/strong> Anche in questo caso risponde l\u2019Istituto Nazionale di Statistica, che nell\u2019indagine \u201cFamiglie, soggetti sociali e ciclo di vita\u201d condotta nel 2016 riportava come<strong> il 45% delle donne tra i 18 e i 49 anni non avessero figli, ma ben l\u201980% di loro dichiarasse di desiderarne in futuro<\/strong>. Cosa aspettano? Ognuna col proprio specifico percorso personale e professionale sembra rimandare la scelta a un diverso momento della propria vita, nel quale \u2013 si spera \u2013 godranno di una maggiore stabilit\u00e0 economica. Col calo delle nascite, infatti, si \u00e8, viceversa, <strong>alzata l\u2019et\u00e0 media al parto<\/strong>, attualmente stabile in Italia a circa i <strong>32 anni e mezzo della madre<\/strong>. Mentre nei primi anni Duemila i dubbi delle famiglie in Italia riguardavano l\u2019aggiunta o meno di un secondo bambino o di una seconda bambina, ad oggi l\u2019allungarsi dei tempi di formazione, la <strong>difficolt\u00e0 ad accedere al mondo del lavoro e al mercato delle abitazioni<\/strong>, oltre che la <strong>bassa crescita economica<\/strong>, anticipano l\u2019incertezza relativa all\u2019allargamento della famiglia gi\u00e0 per quanto riguarda la messa al mondo del primo figlio o della prima figlia. Allo stesso tempo, uno <a href=\"https:\/\/journals.plos.org\/climate\/article?id=10.1371\/journal.pclm.0000236\">studio recente condotto principalmente in Paesi come Stati Uniti, Canada ed Europa da alcune ricercatrici dell\u2019University College di Londra<\/a> rivela come stia crescendo anche il numero di persone che, per decidere dei propri progetti riproduttivi, pone sul tavolo perfino la questione climatica. La cos\u00ec detta \u201c<strong>eco-ansia<\/strong>\u201d, ovvero la \u201cprofonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali\u201d (cfr. Treccani), \u00e8 cos\u00ec associata a una negativa attitudine alla riproduzione, a causa della preoccupazione di quale sia il mondo in cui si costringer\u00e0 a far vivere i propri e le proprie eredi.<\/p>\n<p>A tal proposito \u00e8 dunque significativo il dato ISTAT secondo cui <strong>quasi la met\u00e0 delle nuove nascite in Italia nel 2022 \u00e8 di primogenitura <\/strong>(48,9%), segnando una crescita del 3,2% rispetto all\u2019anno precedente, grazie al recupero dei progetti riproduttivi delle coppie, messi da parte durante la pandemia del 2020. Nonostante questo dato positivo, va per\u00f2 evidenziata anche la diminuzione del numero prole secondogenita o pi\u00f9, che nel 2022 ha subito una contrazione del 6,1% rispetto all\u2019anno precedente.<\/p>\n<h3><strong>Genitorialit\u00e0 e lavoro<\/strong><\/h3>\n<p><strong>La genitorialit\u00e0 \u00e8 dunque una scelta che dipende ampiamente dalla stabilit\u00e0 lavorativa ed economica di chi la compie<\/strong>. A tal proposito, un articolo di Valentina Melis pubblicato il 4 marzo 2024 su Il Sole 24Ore riporta, sempre da fonti ISTAT, come <strong>l\u2019Italia sia uno dei Paesi europei con la pi\u00f9 bassa occupazione femminile<\/strong>, accanto a Malta e Grecia. Allo stesso tempo, secondo il <a href=\"https:\/\/www3.weforum.org\/docs\/WEF_GGGR_2023.pdf\">Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum<\/a>, l\u2019Italia ricopre solo il 79esimo posto della classifica mondiale, perdendo addirittura 16 posti rispetto all\u2019anno precedente. Nella stessa classifica, la top tre \u00e8 occupata nell\u2019ordine da Islanda, Norvegia e Finlandia, seguite dalla Nuova Zelanda, la Svezia, la Germania, il Nicaragua, la Namibia, la Lituania e il Belgio. Tra i paesi europei successivi noi nella classifica troviamo invece la Grecia in 93esima posizione.<\/p>\n<p>L\u2019incidenza attuale delle donne sul mercato del lavoro italiano \u00e8 infatti del 42,2% sul totale dei lavoratori e delle lavoratrici (la media UE si attesta al 46,3%), ovvero <strong>lavorano quattro donne ogni sei uomini<\/strong>, anche ma non solo a causa del generale calo demografico che ha ridotto numericamente la quantit\u00e0 di quelle donne in et\u00e0 lavorativa. Ma la situazione non migliora se si osserva nello specifico la coorte femminile 20-65 anni, dove il tasso delle occupate \u00e8 solo poco pi\u00f9 della met\u00e0 (55%) delle donne totali. Scendendo nel dettaglio, Meis spiega come questo dato si presenti con importanti differenze nelle diverse aree del Paese: mentre le regioni del Centro e del Nord Italia vedono un\u2019occupazione femminile ben sopra la media nazionale, il Mezzogiorno presenta valori pi\u00f9 drammatici, anche a causa di una pi\u00f9 diffusa disoccupazione in generale. Qui, infatti, a lavorare \u00e8 circa una donna su tre e, per correggere questo dato, Floriana Cerniglia, docente ordinaria di Economia politica all\u2019Universit\u00e0 cattolica di Milano e direttrice del Centro di ricerche in analisi economica e sviluppo economico internazionale (Cranec), suggerisce la <strong>necessit\u00e0 di agire sui gap infrastrutturali, fisici e sociali<\/strong> del Meridione.<\/p>\n<p>Un\u2019altra importante questione che evidenzia il divario tra Nord e Sud, riportata sempre da Meis, riguarda poi il reddito dei lavoratori e delle lavoratrici in generale: <strong>chi vive nel Mezzogiorno ad oggi guadagna poco pi\u00f9 del 50% rispetto a chi vive nel Centro-Nord<\/strong>, con conseguenti ritardi sui tassi di crescita del Pil. Questo dato appare dunque particolarmente interessante se messo in relazione con un altro valore di discriminazione sul reddito: il <strong><em>gender pay gap<\/em><\/strong>, che indica il \u201cdifferenziale di retribuzione fra donne e uomini\u201d (cfr. Sole 24Ore, 04.03.2024). Dal complesso calcolo di tale differenziale, Eurostat rivela come <strong>le lavoratrici europee guadagnino 13 centesimi in meno dei colleghi uomini ogni ora<\/strong>. Un numero apparentemente irrilevante se guardato singolarmente, ma che in poco tempo \u00e8 in grado di moltiplicarsi delineando un ampio divario: annualmente, infatti, le donne occupate nel settore pubblico guadagnano il 24,6% in meno di retribuzione lorda rispetto agli uomini, mentre nel privato questa disparit\u00e0 aumenta fino al 30%. Come si spiega? I dati rilasciati dall\u2019INPS delineano un quadro dell\u2019occupazione femminile caratterizzato dalla maggior assenza di donne in settori ad alto reddito come la finanza, le assicurazioni e la manifattura oltre che dai ruoli dirigenziali (solo il 21% dei dirigenti sono donne). Frequentemente le lavoratrici, soprattutto giovani, ottengono cos\u00ec prevalentemente contratti a tempo determinato e part-time. Altro fattore fondamentale per comprendere tale gap salariale riguarda poi il lavoro gratuito di cura all\u2019interno delle famiglie: esso pesa comunemente molto pi\u00f9 sulle donne che sugli uomini, le quali fanno conseguentemente pi\u00f9 fatica ad accettare mansioni aggiuntive e trasferte lavorative, che comporterebbero avanzamenti di carriera ma maggiori difficolt\u00e0 a bilanciare casa e lavoro.<\/p>\n<p>In questo modo \u00e8 nato il mito della donna \u201cmultitasking\u201d, a cui rimanda anche Save the Children nel titolo del proprio report sulla maternit\u00e0 in Italia nel 2023: \u201c<a href=\"https:\/\/s3.savethechildren.it\/public\/files\/uploads\/pubblicazioni\/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2023.pdf\">Le equilibriste<\/a>\u201d, permettendoci di immaginare queste donne che camminano su un filo appeso a metri e metri di altezza, cercando di non scivolare, mentre sorreggono il peso della bilancia di lavoro, casa, famiglia e magari persino vita sociale, nell\u2019imperativo di essere sempre perfette. All\u2019interno dello studio effettuato dall\u2019organizzazione umanitaria compaiono molteplici informazioni sul modo in cui le famiglie italiane decidono di far quadrare lavoro e cura dei nuovi nati. In linea con quanto affermato finora \u00e8 quel <strong>53% delle donne intervistate, che ha dichiarato di aver deciso di prolungare i giorni del proprio congedo parentale facoltativo, a fronte di solo il 16% dei padri<\/strong>, di un 22% di coloro che affermano di aver diviso tale congedo in maniera equilibrata all\u2019interno della famiglia e, infine, di un 9% per cui n\u00e9 il padre n\u00e9 la madre ha ancora usufruito di questa possibilit\u00e0 (grafico 1).<\/p>\n<div id=\"attachment_13749\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-13749\" class=\"wp-image-13749 size-large\" src=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico1-1024x284.png\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"284\" srcset=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico1-980x272.png 980w, https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico1-480x133.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw\" \/><p id=\"caption-attachment-13749\" class=\"wp-caption-text\"><em>Grafico 1 &#8211; fonte: elaborazione IPSOS per Save the Children, &#8220;Le equilibriste. la maternit\u00e0 in Italia nel 2023&#8221;, 41<\/em><\/p><\/div>\n<p>Ancora pi\u00f9 interessanti sono per\u00f2 le ragioni che hanno portato molto pi\u00f9 le donne degli uomini a restare a casa da lavoro: all\u2019interno di quel 53% di donne che hanno aumentato i propri giorni di congedo parentale, il 37% giustifica tale scelta con motivazioni legate al mondo del lavoro, il 21% con un guadagno inferiore a quello del partner, mentre il 16% ritiene il lavoro di lui pi\u00f9 promettente del proprio (grafico 2).<\/p>\n<div id=\"attachment_13750\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-13750\" class=\"wp-image-13750 size-large\" src=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico2-1024x341.png\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"341\" srcset=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico2-980x327.png 980w, https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico2-480x160.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw\" \/><p id=\"caption-attachment-13750\" class=\"wp-caption-text\"><em>Grafico 2 &#8211; fonte: elaborazione IPSOS per Save the Children, &#8220;Le equilibriste. la maternit\u00e0 in Italia nel 2023&#8221;, 41<\/em><\/p><\/div>\n<p>Dall\u2019altra parte, <strong>solo il 36% dei padri lavoratori ha preso ulteriori giorni di ferie rispetto ai 10 del congedo di paternit\u00e0 obbligatori per legge e completamente retribuiti<\/strong>, contro un 56% che non lo ha fatto (grafico 3). \u00a0La stessa Save the Children sottolinea, per\u00f2, tre problematiche relative all\u2019accesso a questo tipo di congedo, dalla cui risoluzione dipenderebbe un miglioramento del dato: prima di tutto esso riguarda i lavoratori dipendenti, escludendo invece gli autonomi e i parasubordinati; in secondo luogo, fino al 2022 anche i padri del settore pubblico avevano difficolt\u00e0 ad accedervi per l\u2019assenza dei decreti attuativi necessari; e, infine, nonostante l\u2019obbligo formale, non ci sono ancora reali vincoli o sanzioni per i lavoratori che non ne usufruiscono.<\/p>\n<div id=\"attachment_13751\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-13751\" class=\"wp-image-13751 size-large\" src=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico3-1024x228.png\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"228\" srcset=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico3-980x218.png 980w, https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico3-480x107.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw\" \/><p id=\"caption-attachment-13751\" class=\"wp-caption-text\"><em>Grafico 3 &#8211; fonte: elaborazione IPSOS per Save the Children, &#8220;Le equilibriste. la maternit\u00e0 in Italia nel 2023&#8221;, 41<\/em><\/p><\/div>\n<p>Al contempo, si sta sviluppando per\u00f2 un lento ma <strong>progressivo aumento del numero di uomini che sentono l\u2019esigenza di un migliore bilanciamento tra vita lavorativa e familiare<\/strong>. Riportando i dati dei report dell\u2019Ispettorato del Lavoro sulle ragioni delle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, Save the Children spiega che, se il 78,2% delle dimissioni maschili sono ancora giustificate dal passaggio a una diversa azienda, c\u2019\u00e8 anche un <strong>6% dei casi in cui i lavoratori uomini esprimono difficolt\u00e0 a conciliare il mantenimento della propria occupazione con la cura della prole<\/strong>. Che sia per la mancanza di servizi di cura o per questioni prettamente legate all\u2019azienda, come l\u2019organizzazione dei tempi e delle mansioni o la distanza della sede, c\u2019\u00e8 stato quindi un leggero ma stimolante aumento del numero di padri in Italia che hanno compiuto questa scelta, dai 743 del 2020 ai 1.158 del 2021 fino ai <a href=\"https:\/\/www.ispettorato.gov.it\/files\/2024\/01\/Relazione-annuale-2012-Convalide-Dimissioni-risoluzioni-concensuali-lavoratrici-madri.pdf\">1.255 del 2022<\/a>.<\/p>\n<p>Le conseguenze apportate dalla nascita della prole sul lavoro delle <strong>madri<\/strong> sono invece state pi\u00f9 pronunciate. Esse <strong>si sono spesso trovate a lasciare o addirittura perdere la propria occupazione<\/strong>, oppure a ridimensionare le proprie possibilit\u00e0 di carriera, anche passando a un contratto part-time non sempre volontario (grafico 4). Un dato, questo, che non stupisce se si pensa ai casi di discriminazione che avvengono ancora all\u2019interno dei colloqui di lavoro, dove talvolta le giovani candidate si sentono porre domande in merito alla propria condizione relazionale e ai propri progetti riproduttivi, nonostante il divieto posto sia dallo Statuto dei Lavoratori sia dal Codice Pari Opportunit\u00e0.<\/p>\n<div id=\"attachment_13752\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-13752\" class=\"wp-image-13752 size-large\" src=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico4-1024x398.png\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"398\" srcset=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico4-980x381.png 980w, https:\/\/www.centrostudidoc.org\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/natalita-grafico4-480x187.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw\" \/><p id=\"caption-attachment-13752\" class=\"wp-caption-text\"><em>Grafico 4 &#8211; fonte: elaborazione IPSOS per Save the Children, &#8220;Le equilibriste. la maternit\u00e0 in Italia nel 2023&#8221;, 40<\/em><\/p><\/div>\n<p>Anche il rapporto annuale ISTAT per l\u2019anno 2023 rivela come <strong>all\u2019aumento della prole aumenti anche la probabilit\u00e0 che la donna resti fuori dal mercato del lavoro<\/strong>, col 19,7% delle coppie monoreddito maschile tra quelle senza figli o figlie, il 24,7% nel caso della presenza di un figlio o figlia e il 39,8% quando i figli e\/o le figlie sono tre o pi\u00f9. Percentuali, queste, sensibili all\u2019aumentare del titolo di studio della donna, nonostante anche nelle coppie in cui lei \u00e8 pi\u00f9 istruita del partner sono diversi i casi in cui non lavora (21%) o \u00e8 percettrice secondaria (31,8%). Allo stesso modo, sempre il report \u201cLe equilibriste\u201d di Save the Children, descrive un <strong>trend discendente della disoccupazione negli uomini in base alla presenza o meno di figli o figlie minori<\/strong>: tra i 25 e i 54 anni, essa \u00e8 infatti pari all\u20198,9% tra coloro che non hanno prole a carico, ma scende al 4,3% per i padri, con picchi di questi valori nel caso della coorte pi\u00f9 giovane (25-34 anni), in cui il tasso di disoccupati cala dal 10,5% al 6,5% alla presenza di prole.<\/p>\n<h3><strong>Genitorialit\u00e0 \u00e8 lavoro<\/strong><\/h3>\n<p>La causa al cuore dei dati soprariportati \u00e8 una: il peso del lavoro di cura all\u2019interno della quotidianit\u00e0 delle famiglie e il modo in cui esso si coniuga o meno con l\u2019occupazione lavorativa delle madri e dei padri. L\u2019attivista <a href=\"https:\/\/www.instagram.com\/p\/Cdu-XpTtWgD\/?img_index=1\">Francesca Bubba<\/a>, impegnata nella lotta alle discriminazioni nei confronti delle madri e dei bambini, ha rilevato da fonti ISTAT e Salary.com che <strong>il lavoro casalingo impegna in media 40 ore a settimana a chi se ne occupa, l\u2019equivalente di un lavoro full time<\/strong>. Al suo interno, le mansioni sono infatti molteplici: non solo la cura propriamente detta nei confronti di minori e persone anziane, ma anche il bilancio familiare, la preparazione dei pasti, l\u2019aiuto compiti, le pulizie di casa, il trasporto, l\u2019animazione e l\u2019educazione dei figli e delle figlie. Tutti compiti che, in assenza di aiuti esterni, ricadono interamente sui genitori e, come abbiamo visto, soprattutto sulle madri. \u00c8 da questo presupposto che nasce dunque la campagna di Bubba, denominata \u201c<strong>Genitor\u1d08 \u00e8 lavoro<\/strong>\u201d, con la quale mira all\u2019<strong>ottenimento di un riconoscimento economico di questo impegno<\/strong>.<\/p>\n<p>La mancata retribuzione al lavoro domestico denota anche una mancata presa di coscienza sociale del ruolo di chi svolge queste mansioni, che non ha sempre la possibilit\u00e0 di rivolgersi ai parenti n\u00e9 a personale esterno come babysitter, colf e <em>caregiver<\/em>, il cui contributo sarebbe riconosciuto attraverso un regolare contratto di lavoro \u2013 si spera \u2013 e, di conseguenza, pagato. Precedentemente sono stati esposti i dati relativi alla disoccupazione femminile, ma va ricordato anche che, <strong><a href=\"https:\/\/www.huffingtonpost.it\/blog\/2022\/05\/14\/news\/la_genitorialita_e_un_lavoro_ed_e_ora_di_riconoscerlo-9390595\/\">qualora una donna non esercitasse una professione al fine di occuparsi delle mansioni domestiche, essa non comparirebbe nemmeno in tali percentuali, venendo invece classificata come \u201cinattiva\u201d<\/a><\/strong>, ovvero come persona che non lavora e non cerca lavoro. Di conseguenza, tale invisibilizzazione della condizione di casalinga diviene un\u2019arma di discriminazione nei confronti di chi si occupa dei ruoli di cura. Se per alcune donne occuparsi unicamente del lavoro domestico \u00e8 una scelta imposta da circostanze pi\u00f9 o meno accettate, non va dimenticato che per altre \u00e8 una scelta volontaria, dettata dalle inclinazioni personali, e non meno rispettabile. In entrambi i casi, <strong>la mancanza di un\u2019entrata economica nelle tasche di queste persone rischia, per\u00f2, di essere fonte di disparit\u00e0 e sofferenza<\/strong>, rendendole direttamente dipendenti dal partner per ogni tipo di spesa e pi\u00f9 in difficolt\u00e0 a separarsi, anche e soprattutto nel caso di relazioni violente. La cos\u00ec detta <strong><a href=\"https:\/\/www.ipsos.com\/it-it\/25-novembre-giornata-internazionale-contro-violenza-donne-violenza-economica-genere-italia#:~:text=Il%2049%25%20delle%20donne%20dichiara,senza%20essere%20stata%20consultata%20prima\">violenza economica<\/a><\/strong> viene, infatti, riconosciuta a oggi come una delle forme della violenza di genere, al pari di quella sessuale, fisica, psicologica, verbale, dello stalking e di quella online. Un\u2019indagine condotta da IPSOS per WeWorld nel 2023 rivela infatti come ben il 49% delle intervistate dichiari di aver subito violenza economica almeno una volta nella vita, attraverso situazioni come il dover giustificare le proprie spese al partner, anche con scontrini, ricevute ed estratti conto, l\u2019aver subito le decisioni finanziare altrui senza essere state consultate e l\u2019essergli negata la possibilit\u00e0 stessa di lavorare.<\/p>\n<p>\u00c8, dunque, evidente la <strong>matrice neoliberista alla base della privatizzazione della genitorialit\u00e0 e del lavoro domestico<\/strong>, <strong>quali mansioni che non producono guadagno<\/strong>, diventando qualcosa di cui la societ\u00e0 non ha interesse o legittimit\u00e0 a occuparsi. In questo modo,<strong> viene negato a tali occupazioni lo stesso ruolo sociale di cui sono ontologicamente intrinseche<\/strong>, dal momento che riguardano lo sviluppo, la crescita e l\u2019educazione, oltre che ovviamente la cura, di altri membri della comunit\u00e0. \u00c8 cos\u00ec che gli spazi collettivi, dagli aerei ai ristoranti, sono sempre meno inclini nei confronti di una clientela con bambini e bambine a carico, aumentando invece gli spazi <em>children-free<\/em>, ovvero liberi dalla loro confusione e dal loro rumore. Un\u2019iniziativa, questa, che va conseguentemente a ledere la possibilit\u00e0 e il diritto dei neo-genitori a vivere la propria identit\u00e0 individuale parallelamente e al di l\u00e0 del fatto stesso di essere genitori. Vengono cos\u00ec relegati invece ancora una volta dentro alle mura di casa, a meno della disponibilit\u00e0 personale ed economica di affidare temporaneamente la prole ad altri.<\/p>\n<p>Contemporaneamente, lo stesso problema ricompare anche in relazione a quelli che dovrebbero essere invece gli spazi pensati proprio per i pi\u00f9 piccoli: gli asili nido. Anche in questo caso, i rapporti ISTAT e Save the Children sono illuminanti. L\u2019organizzazione umanitaria riporta, infatti, come <strong>pi\u00f9 della met\u00e0 delle donne intervistate (63%) dichiari di non mandare i propri figli e le proprie figlie al nido <\/strong>e come, tra coloro che hanno avuto accesso a questa possibilit\u00e0, ben il 75% si sia occupata personalmente dell\u2019inserimento, sottolineando ancora una volta l\u2019appannaggio primariamente femminile del lavoro di cura. Parallelamente, secondo i dati ISTAT relativi all\u2019anno 2021, <strong>solo un bambino di 0-2 anni su tre frequenta una struttura educativa, a causa delle carenze del servizio pubblico, mentre quasi il 5% di coloro che hanno meno di 3 anni sono stati iscritti anticipatamente alle scuole dell\u2019infanzia (3-5 anni)<\/strong>, maggiormente diffuse nel territorio e meno costose. La copertura nelle strutture educative italiane per bambini tra gli 0 e i 2 anni \u00e8 molto al di sotto della domanda e della necessit\u00e0: <strong>28 posti ogni 100 bambini o bambine, contro un obiettivo europeo del 33% al 2010 e del 50% entro il 2030<\/strong>. Entrando nel dettaglio di questo dato, bisogna poi sottolinearne l\u2019incidenza territoriale. Mentre le zone del Centro e del Nord-Est hanno gi\u00e0 superato da diversi anni il target stabilito per il 2010, raggiungendo rispettivamente il 36,7% e il 36,2%, e il Nord-Ovest \u00e8 prossimo a raggiungerlo (31,5%), la copertura dei posti resta drammatica al Sud e nelle Isole, dove si aggira attorno ai 16 posti disponibili ogni 100 bambini. Di conseguenza, l\u2019accudimento dei pi\u00f9 piccoli ricade ancora una volta a tempo pieno nei confronti delle famiglie stesse e, quando possibile, della rete di contatti che le circonda, ma rischiano di risultare<strong> inefficaci misure come il \u201cbonus asilo nido\u201d, pensato come un supporto economico per coprire le rette di strutture educative la cui prima problematicit\u00e0 \u00e8 proprio riuscire ad accedervi<\/strong>.<\/p>\n<h3><strong>I bonus a sostegno delle famiglie<\/strong><\/h3>\n<p>Il panorama appena descritto sembra dunque rappresentare un\u2019Italia non davvero accogliente per i neogenitori o aspiranti tali, nonostante i ripetuti inviti ai giovani ad aumentare i propri progetti riproduttivi, anche a causa dei drammatici dati sulla natalit\u00e0. Da questo punto di vista, <strong>non si pu\u00f2 infatti affermare che non siano stati messi a disposizione <a href=\"https:\/\/www.centrostudidoc.org\/index.php\/2024\/01\/31\/bonus-per-la-maternita-le-misure-previste-per-il-2024\/?_gl=1*1ukzlqg*_up*MQ..*_ga*MTg4Njc1NjAyNS4xNzEwNzY3NDI3*_ga_X47JET2W33*MTcxMDc2NzQyNi4xLjAuMTcxMDc2NzQyNi4wLjAuMA..\">sostegni di cui pu\u00f2 godere chi ha messo o vuole mettere al mondo dei figli o delle figlie<\/a><\/strong>. Oltre al gi\u00e0 citato Bonus asilo nido, ulteriori aiuti economici alle famiglie con figli a carico sono l\u2019Assegno Unico e Universale e gli Assegni di maternit\u00e0 di Stato e Comuni, oltre che la possibilit\u00e0 della madre di dimettersi con diritto di accesso alla NASpI entro il primo anno d\u2019et\u00e0 del figlio o figlia. Allo stesso modo, esistono il bonus sociale bollette ex bonus sociale elettrico, il <em>fringe benefit <\/em>di 1.000 o 2.000\u20ac, che il datore o la datrice di lavoro pu\u00f2 decidere di erogare ai e alle dipendenti anche in base al numero di figli a carico, e l\u2019esonero mamme, le quali avranno uno \u201csconto\u201d del 100% sui contributi se lavoratrici a tempo indeterminato con almeno due figli. Infine, fino al 31 marzo 2024, le madri e i padri separati o divorziati, che durante il 2020 non sono riusciti a ricevere l\u2019assegno di mantenimento dei figli e delle figlie a carico a causa delle difficolt\u00e0 economiche portate dalla pandemia, hanno potuto fare domanda al sito dell\u2019INPS per un <a href=\"https:\/\/laborability.com\/lavoro-in-pillole\/bonus-genitori-separati\">bonus di 800\u20ac specificatamente diretto a loro<\/a>.<\/p>\n<p><strong>Tali sostegni economici risultano utili e talvolta fondamentali per le famiglie in difficolt\u00e0, ma allo stesso tempo rischiano di avere un\u2019efficacia limitata<\/strong>. Come accennato in precedenza, \u00e8, infatti, poco utile un sussidio volto ad alleggerire le elevante spese degli asili nido, se sono prima di tutto le strutture stesse a non avere lo spazio per ospitare chi necessita di loro. Allo stesso modo,<strong> il fatto di riservare alcune di queste possibilit\u00e0 alla richiesta delle sole madri<\/strong>, trascurando i padri, non solo avvalora l\u2019idea dell\u2019attivit\u00e0 di cura come prettamente femminile, <strong>ma esclude dal sostegno tutte quelle famiglie monogenitoriali e omogenitoriali in cui non c\u2019\u00e8 una madre<\/strong>, ma uno o due padri. Tra queste misure, la stessa possibilit\u00e0 della madre di dare dimissioni entro il primo anno del figlio o della figlia accedendo a specifiche protezioni rischia, alla luce dei dati sulla disoccupazione femminile precedentemente esposti, di non portare un vero cambiamento alla situazione generale, diventando invece quasi un invito alle donne a restare a casa per occuparsi delle mansioni domestiche. In quest\u2019ottica, sarebbe forse pi\u00f9 proficuo seguire <strong>l\u2019<a href=\"https:\/\/www.secondowelfare.it\/primo-welfare\/contrastare-la-denatalita-come-ha-fatto-la-germania\/\">esempio tedesco<\/a>, che ha superato il crollo della natalit\u00e0 dei primi anni Duemila incentivando le donne a tornare il prima possibile all\u2019interno del mercato del lavoro<\/strong> grazie a un piano rivoluzionario di politiche per la famiglia. La Germania <strong>ha promosso una pi\u00f9 equa redistribuzione del carico domestico e familiare, passando da un modello <em>male<\/em> <em>breadwinner<\/em><\/strong>, basato sul rispetto dei ruoli di genere di stampo patriarcale, <strong>a un modello <em>adult worker<\/em><\/strong>, come lo definisce la professoressa Sigrid Leitner dell\u2019Universit\u00e0 delle scienze applicate di Colonia.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che \u00e8 necessario, dunque, non \u00e8 solo aiutare le famiglie nelle spese quotidiane date dall\u2019avvento e dal sostentamento dei figli e delle figlie a carico, ma anche aumentare le loro possibilit\u00e0 concrete in termini di accesso ai servizi. Lo ha dimostrato <strong>l\u2019<a href=\"https:\/\/www.secondowelfare.it\/primo-welfare\/famiglia\/perche-la-francia-e-il-paese-europeo-che-fa-piu-figli\/\">esperienza francese<\/a>, che, dopo la crisi dei primi anni Duemila, nel 2019 aveva gi\u00e0 ampiamente superato la media europea di figli per donna, grazie a politiche non solo a sostegno della fertilit\u00e0 nel breve periodo, ma anche della famiglia intera nel lungo<\/strong>. Hanno avuto effetti positivi sulla natalit\u00e0 anche <strong>politiche sociali quali la gratuit\u00e0 dell\u2019istruzione scolastica e le soluzioni abitative per le famiglie, che hanno portato loro una maggiore stabilit\u00e0<\/strong>, permettendo di concretizzare i propri progetti riproduttivi. Come precedentemente proposto da Floriana Cerniglia per la risoluzione della disoccupazione, soprattutto femminile, del Meridione, anche in questo caso ci\u00f2 su cui bisogna agire sono dunque i gap infrastrutturali, ma anche sociali e culturali che attualmente condannano le famiglie e le donne ad affrontare la genitorialit\u00e0 in privata solitudine \u2013 e guai a lamentarsi, perch\u00e9 i figli sono un dono.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Foto di Karolina Grabowska<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Viaggio tra l\u2019Italia del \u201cquando lo fai un bambino?\u201d e quella del \u201cottimo CV, ma non avr\u00e0 per caso intenzione di avere figli?\u201d. Il declino della natalit\u00e0: un processo di lungo periodo In Italia non si fanno bambini. 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