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Il 23 maggio, Giornata della Legalità, a Casier si è svolto un confronto su legalità e sicurezza nelle comunità, che ha messo al centro prevenzione, digitale, lavoro e antimafia sociale.

Il 23 maggio a Casier si è svolto il terzo appuntamento del Festival della Legalità co-organizzato da Fondazione Centro Studi Doc. – Gli interventi hanno messo al centro la comunità, come garante di legalità e sicurezza. 

Legalità e sicurezza: una responsabilità della comunità

Dopo due giorni di appuntamenti con le classi dell’Istituto Comprensivo Statale di Casier, il 23 maggio la sala consiliare del Comune di Casier ha ospitato la tavola rotonda dedicata a sicurezza e legalità nelle comunità.

L’evento, che ha visto un’importante partecipazione, è stato l’incontro conclusivo del Festival della Legalità di Casier, organizzato dal Comune di Casier con il supporto di Fondazione Centro Studi Doc.

Dopo i saluti del sindaco Renzo Carraretto, gli interventi di Gianpaolo Trevisi, Chiara Chiappa, Felice Casson, Simone Binotto e Pierpaolo Romani sono stati intervallati da letture selezionate dai relatori e dalla relatrice a cura di Sabina Tutone con suggestioni musicali di Michele Mancusi. L’incontro è stato moderato dalla giornalista Francesca Martinelli.

Durante l’incontro il tema della sicurezza è emerso come qualcosa di più ampio dell’ordine pubblico. Dagli interventi è emersa una tesi comune: una comunità è sicura quando educa, previene, integra, tutela il lavoro, protegge l’ambiente e rafforza la fiducia nelle istituzioni.

Clicca qui per scaricare la locandina dei tre giorni.

Gianpaolo Trevisi: sicurezza è prevenzione e integrazione

Gianpaolo Trevisi, presidente della IV Commissione di promozione della legalità del Consiglio regionale del Veneto, ha costruito il suo intervento intorno a un’idea precisa: la sicurezza si prepara prima dell’emergenza. La sua esperienza nelle forze dell’ordine lo porta a indicare come priorità “formazione e prevenzione”, soprattutto nelle scuole.

Il riferimento alla comunità è esplicito: non bastano polizia, carabinieri o polizia locale. Servono Comuni, amministrazioni, scuole, associazioni e adulti capaci di assumersi una responsabilità educativa: «Per ogni neo poliziotto o carabiniere assunto serve anche assumere un assistente sociale».

La sicurezza è anche integrazione. Trevisi rifiuta l’idea che integrazione e sicurezza siano poli opposti: «Più integrazione vuol dire più sicurezza e più sicurezza vuol dire più libertà per tutti». Qui la comunità diventa il luogo in cui le differenze non vengono cancellate, ma messe in relazione.

Lo stesso vale per la violenza di genere. Le leggi sono necessarie, ma arrivano spesso dopo il danno. Per questo Trevisi parla del bisogno di una “rivoluzione culturale” che parte dalle case, dai comportamenti quotidiani, dai modelli trasmessi ai figli.

Trevisi ha concluso il suo intervento con una riflessione sul pregiudizio: «Il pregiudizio è un insegnante che dà un brutto voto ai nostri ragazzi senza neanche farli parlare». La sicurezza comunitaria nasce anche da qui: imparare a giudicare i comportamenti, non le appartenenze.

Chiara Chiappa: il digitale come rischio per la comunità

Chiara Chiappa, presidente della Fondazione Centro Studi Doc, ha spostato il ragionamento sul digitale. Il suo intervento parte da un punto: il web non è un luogo separato dalla vita reale. Le piattaforme producono effetti concreti sulle persone, sulle relazioni e sul lavoro.

Il legame con la comunità emerge nel rifiuto di una responsabilità solo individuale. Chiara Chiappa spiega che non possiamo limitarci a dire ai singoli, ai genitori o alle scuole di “fare attenzione”. Il problema riguarda l’architettura delle piattaforme e il potere di chi le controlla.

«Le piattaforme non sono neutre», ha affermato Chiara Chiappa, «Non sono semplici piazze virtuali». Orientano consumi, informazioni, comportamenti e possibilità di relazione. Per questo, secondo lei, «lasciare al singolo individuo la responsabilità del cattivo uso delle piattaforme è un errore enorme».

Il ragionamento riguarda anche la disinformazione, il cyberbullismo, le molestie online, il phishing e l’adescamento dei minori. Questi sono tutti fenomeni che colpiscono persone concrete, ma che nessuna persona può affrontare da sola.

Nella seconda parte, Chiara Chiappa ha collegato legalità e sicurezza al lavoro. La sicurezza, spiega, non è solo fatta di dispositivi individuali. È organizzazione, prevenzione e responsabilità dell’impresa: «Anche se costosa, la sicurezza sul lavoro va garantita oltre ogni interesse economico perché la vita umana vale più di ogni altra ricchezza».

La comunità, quindi, deve chiedersi chi progetta gli strumenti, chi ne subisce gli effetti e chi decide le regole.

Felice Casson: Costituzione, sicurezza e salute sul lavoro e ambiente

Felice Casson, già magistrato, ha dato al confronto una cornice costituzionale. Il suo punto di partenza è una distinzione importante: legalità non significa soltanto rispetto formale della legge ordinaria. Le leggi possono cambiare, essere deboli o sbagliate. Per questo serve un riferimento più alto: «Dobbiamo avere nella nostra mente e nella nostra società un punto di riferimento, un faro, al di sopra anche della legge ordinaria che è la nostra Costituzione».

Da qui Casson allarga il concetto di sicurezza. Non esiste solo la sicurezza delle strade o dell’ordine pubblico. Sicurezza vuol dire anche salute, ambiente e lavoro. Una società sicura è quella che tutela le persone nel loro insieme, tutta la comunità, non solo quando subiscono un reato.

Casson collega questa visione alla modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione. La tutela dell’ambiente, della salute e delle future generazioni diventa un criterio per valutare le scelte politiche ed economiche.

In risposta a una domanda sugli insegnamenti ottenuti dalle esperienze sui PFAS, sull’amianto e sulle sostanze tossiche, Casson, ha ricordato che le industrie spesso conoscevano i rischi e li hanno nascosti: «Le industrie sapevano benissimo cosa producevano e conoscevano i danni alla salute e all’ambiente».

La comunità, intesa come comunità di cittadini e cittadine, secondo Casson non può restare spettatrice. Deve vigilare, chiedere trasparenza, difendere salute e ambiente come beni comuni, difendere il diritto internazionale.

Simone Binotto: ricostruire un rapporto di fiducia con i giovani

Simone Binotto, coordinatore provinciale di Libera Treviso, ha portato nel confronto il lavoro quotidiano dell’antimafia sociale. Il suo intervento è costruito su tre dimensioni: sensibilizzazione, monitoraggio del territorio e scuola.

Per Binotto, la legalità non si costruisce con eventi isolati. Serve una relazione continuativa con le persone, soprattutto con i ragazzi e le ragazze: «La cosa più difficile e quella più giusta è quella di costruire della progettualità».

Nelle scuole, spiega, non basta entrare una volta e parlare di mafie. Bisogna ascoltare. Da questo ascolto emerge un problema profondo: la sfiducia. I ragazzi e le ragazze raccontano di non fidarsi delle istituzioni, della scuola, a volte della famiglia. La chiamano “sfiducia nel mondo degli adulti”.

Quando manca fiducia, cresce l’individualismo e la comunità si sfalda e diventa più facile pensare che l’unica risposta sia farsi giustizia da soli. È così che possono nascere piccole illegalità, microcriminalità, bullismo e isolamento.

Per Binotto, la risposta è un nuovo patto intergenerazionale: una comunità sicura deve far capire alle persone più giovani che le istituzioni ci sono e che non sono indifferenti.

Binotto ha concluso richiamando l’articolo 3 della Costituzione: rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. Per questo ha affermato: «La legalità non è il fine, ma […] un mezzo […] per arrivare a una giustizia sociale».

Pierpaolo Romani: antimafia sociale e responsabilità condivisa

Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, ha collegato la memoria di Capaci al ruolo delle amministrazioni locali. Il suo intervento, partito dai nomi delle vittime di mafia, è arrivato alla responsabilità quotidiana delle comunità.

«La legalità costituzionale […] la traduco come responsabilità», ha affermato Romani. Specificando poi che responsabilità significa fare la propria parte senza aspettare che qualcunə obblighi a farla.

Romani ha ricordato che le mafie non agiscono solo con violenza. Entrano nell’economia, negli appalti, nei servizi, nella politica. Ha richiamato l’articolo 416 bis e la legge Rognoni-La Torre (n. 646 del 13 settembre 1982), che per la prima volta ha definito il reato di “associazione di tipo mafioso” per sottolineare che la mafia è anche relazione con impresa e potere.

In questo quadro, Avviso Pubblico nasce proprio dall’idea che gli amministratori locali non possano delegare tutto a magistratura e forze dell’ordine. È invece un loro compito conoscere il territorio, leggere i segnali, costruire reti.

Non sono però solo gli amministratori che devono intervenire. Della comunità fanno parte anche la cittadinanza e le imprese e, in merito, Romani ha evidenziato: «Se noi non difendiamo il welfare non verremo mai a capo della mafia e della corruzione». Per difendere il welfare è necessario che tutte le persone e le imprese paghino le tasse.

Su questa scia, Romani ha anche precisato che la sicurezza non può essere solo telecamere o repressione. Serve presidio sociale, cura degli spazi, partecipazione: «Tra questo e le attività di prevenzione non dobbiamo mettere una O, dobbiamo mettere una grande E».

La comunità è sicura, dunque, non quando sceglie tra controllo e prevenzione, ma quando tiene insieme entrambi.

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