Lavoratori dello spettacolo: tutti i dati della crisi

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Tempo di lettura: 5 minuti

Su Rock.it un talk dedicato ai dati della ricerca della Fondazione Centro Studi Doc sull’impatto del Covid-19 sui lavoratori dello spettacolo.

Il talk di Rock.it

Mercoledì 23 marzo Rock.it ha dedicato un talk su Twitch ai dati della ricerca della Fondazione Centro Studi Doc sull’impatto del Covid-19 sui lavoratori dello spettacolo. L’incontro era intitolato: Lavoratori dello spettacolo: tutti i dati della crisi. Hanno partecipato:

  • Silvia Comand (Bauli in Piazza);
  • Fabio Fila (Fondazione Centro Studi Doc);
  • Manuela Martignano (La Musica Che Gira).

Dario Falcini di Rock.it ha moderato l’incontro.

lavoratori spettacolo crisi

Lavoratori dello spettacolo: i dati emersi dalla ricerca della Fondazione Centro Studi Doc

Il risultato principale della ricerca condotta dalla Fondazione Centro Studi Doc è che un tecnico su cinque non sta più lavorando nello spettacolo. La crisi ha colpito soprattutto le donne e i lavoratori tra i 30 e i 50 anni con una famiglia a carico o con un mutuo.

La ricerca evidenzia anche che mancano soprattutto lavoratori e lavoratrici di medio-basso livello con impieghi stagionali. Si tratta soprattutto di lavoratori e lavoratrici dei settori strutture e allestimenti che sono fondamentali per la riuscita di uno spettacolo. In questo momento, in cui gli eventi non sono ancora ripresi al 100%, i tecnici video, audio e luci sono i più difficili da trovare, anche a causa del boom dello streaming.

In generale, la ricerca evidenzia che la crisi legata al Covid-19 non ha fatto che esacerbare le difficoltà esistenti. Il settore era infatti già molto fragile nel pre-pandemia.

Qui il link diretto alla ricerca.

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Cosa pensa chi lavora nel settore?

Oggi ci sono diversi elementi di preoccupazione tra chi lavora nel mondo dello spettacolo. Il fatto che un ambito di lavoro così altamente specializzato sia rimasto in sospeso per molti mesi, se non anni, porta infatti a diversi punti di attenzione.

Per il settore sarà sicuramente difficile ricominciare senza una parte di professionisti e professioniste. Soprattutto visto che per l’estate 2022 ci si aspetta un boom di eventi tra quelli rimandati dal 2020 e il 2021 e le nuove programmazioni. L’assenza di figure specializzate porta non solo difficoltà organizzative, ma anche a rischi in tema sicurezza.

Il problema principale è però che il lavoro nel mondo dello spettacolo continua a essere visto come un “lavoretto”, senza che le difficoltà pregresse siano state risolte. I lavoratori e le lavoratrici non vedono infatti riconosciuta la discontinuità tipica del loro mestiere e al contempo mancano ancora le tutele adeguate per il lavoro. Sta emergendo ancora più forte il problema della retribuzione adeguata e questo richiede sostegno non solo ai lavoratori ma anche a chi investe nel settore.

Nell’insieme, chi lavora ancora nel mondo dello spettacolo ritiene che questo sia il momento giusto per correggere quello che già non funzionava prima della pandemia, ovviamente con il supporto del Governo.

Cosa è successo ai lavoratori dello spettacolo che hanno abbandontato il settore?

I lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo che hanno lasciato il settore oggi lavorano nella logistica, si occupano di impianti elettrici, fanno gli antennisti o ancora sono passati alla potatura di alberi in quota. Un buon numero di persone si è spostato nell’edilizia a causa dei nuovi bonus che hanno dato maggiori opportunità nel settore.

Tra loro, la ricerca della Fondazione Centro Studi Doc restituisce che un decimo ha deciso di non ritornare assolutamente nel settore. Questa scelta è dovuta soprattutto alla sperimentazione di nuove condizioni di lavoro. Le nuove professioni infatti sono svolte vicino a casa propria, in contesti più tutelati e che non richiedono lunghe trasferte. In un momento così complesso le persone arretrano di fronte alla possibilità di rientrare nel settore.

Ciò non toglie che, confrontandosi direttamente con gli ex-tecnici, molti abbiano ancora il desiderio di continuare a lavorare nello spettacolo. Quello che serve però è un cambiamento definitivo: hanno bisogno di avere la certezza che a settembre e ottobre non ci si fermerà di nuovo e di vedere un cambiamento a livello normativo in modo da far rientrare le persone nel sistema ordinario anche se svolgono un’attività “speciale”.

L’insieme di questi elementi rende anche difficile l’ingresso di nuove leve. Non solo i giovani vanno formati per tempo, ma non è nemmeno detto che il settore sia attrattivo per loro. Il fatto che figure molto specializzate siano trattate come dilettanti e hobbisty che non hanno la possibilità di avere una carriera continuativa, di avere una famiglia o pagarsi un mutuo, è chiaramente un deterrente per i giovani.

Con la crescita dello streaming e degli ascolti online il mondo del live rischia di essere dimenticato?

Anche se è di questi ultimi giorni la notizia che l’Italia rientra tra i primi 10 paesi per il volume del mercato musicale, questo non significa che il mondo del live sarà bypassato, e questo per diversi motivi.

La ricerca fa emergere il dato della socialità: i settori che hanno sofferto di più sono quelli che per legge non potevano continuare a lavorare perché non si poteva stare vicini e condividere spazi. La crescita del settore discografico è direttamente proporzionale al dato sulle chiusure, proprio perché le economie del pubblico del live sono state dirottate su altre economie. Questa crescita, inoltre, permette di comprendere che effettivamente si parla di un settore che rappresenta bene primario. Ciò proprio perché le spese sono comunque state sostenute dal pubblico anche se in altri modi.

Bisogna anche tenere conto del fatto che non c’è un numero sufficiente di artisti che può sopravvivere di introiti provenienti solo dal mercato discografico, soprattutto nel mercato italiano. Infatti, dietro ai grandissimi numeri delle piattaforme di streaming ci sono guadagni esigui da parte dei musicisti. Quindi sì, i dati sono sì positivi, ma il mondo della musica dal vivo è ancora una fetta importantissima per la sussistenza degli artisti stessi e anche per la parte dell’editoria che si basa sui diritti d’autore.

Infine, il numero di lavoratori impegnati nel settore discografico è nettamente inferiore rispetto a quello dei lavoratori del live. E di fronte a questo trend positivo dell’industria in generale, è fondamentale che la controparte live del movimento discografico sia giustamente tutelata anche con investimenti ad hoc.

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Quali sono state le richieste dei lavoratori dello spettacolo di fronte alla crisi?

La Fondazione Centro Studi Doc nella pubblicazione ha raccolto le richieste emerse durante la ricerca dai questionari e le interviste. Da questo emergono cinque misure specifiche che potrebbero sostenere i tecnici dello spettacolo in questo difficile periodo di transizione:

  1. Tutelare la discontinuità;
  2. Garantire l’accesso alle protezioni sociali;
  3. Verificare l’applicazione dei contratti di lavoro;
  4. Agevolare i percorsi di formazione alla sicurezza e la formazione continua;
  5. Supportare il ricambio generazionale.

A che punto siamo con le richieste al Governo?

Nei due anni di pandemia, i parlamentari e le parlamentari sono stati ricettivi all’interno delle commissioni preposte e in aula. La maggior parte dei problemi viene dal Ministero della Cultura che, nonostante due anni di audizini e incontri, fatica ancora a comprendere le caratteristiche del settore.

Ad esempio, la misura contenuta nella legge delega proposta dal Governo e che riguarda il Sostegno Economico Temporaneo (SET) è sbagliata perché non interpreta correttamente il tema della discontinuità. Al momento, l’emendamento proposto dai relatori Rampi e Catalfo è ancora in discussione. Dopo un primo rifiuto in blocco dell’indennità di discontinuità (più informazioni a questo link), ora si stanno cercando coperture a partire dal 2023.

Il fatto che il discorso sia ancora sul tavolo di discussione è importante, ma la speranza è che non si fermino qui. È infatti fondamentale che siano portate avanti anche le arte parti della riforma, cioè quelle che riguardano le imprese, altrimenti il lavoro di riforma sarà fatto a metà.

Come non perdere di vista la coscienza di classe che è nata in questi due anni?

I percorso intrapresi in questi ultimi anni da gruppi più o meno formali sono stati molto faticosi. Ma nessuno vuole tornare a lavorare in una situazione dove non ci sono tutele, quindi bisogna conti nuare a chiedere e insistere che la riforma complessiva del settore sia fatta.