L’Europa della cultura digitale: politiche culturali, coesione sociale e digitalizzazione

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Tempo di lettura: 10 minuti

di Artin Bassiri-Tabrizi e Edoardo Toffoletto

Articolo già pubblicato su Business Insider Italia il 06/05/2021.

Su Business Insider Italia usciva il 22 aprile 2018, un’intervista a Giulio Sapelli [L’Europa è il grande assente sulla scena geopolitica e la Germania ha troppo potere: intervista con Giulio Sapelli, ndr]che osservava quanto la Germania sia dominante, ma non egemone, nell’equilibrio di potenza in Europa per la mancanza di una politica culturale, o meglio, per la semplice rimozione della sua stessa storia culturale troppo spesso ridotta dai malintenzionati al naufragio nazionalsocialista. A distanza di tre anni da quella dichiarazione, il 29 aprile scorso ha avuto luogo Europe takes part! Summit on European Cultural Politics and New Digital Solutions per iniziativa tutta tedesca attraverso il vettore del think-tank berlinese Das progressive Zentrum (Il centro progressivo), con la cooperazione del Goethe-Institut e il patrocinio diretto del ministero degli esteri tedesco rappresentato da Michelle Müntefering (Spd). 

Si era già proposta su Business Insider Italia una panoramica complessiva delle (non)politiche culturali degli stati europei, in cui si constatava quanto la Francia sia stata forse l’unico paese ad almeno avviare una riflessione attorno al mutamento epocale, in corso da anni, e che la pandemia ha semplicemente svelato e accelerato: la tendenza generale alla digitalizzazione e virtualizzazione delle attività culturali. Il summit non ha fatto che sintomaticamente confermare le analisi già suggerite, nonché manifestare l’assenza di una visione strategica della funzione della cultura all’interno della costruzione europea, al di là della generica affermazione ribadita con forza anche dal nostro ministro alla cultura, Dario Franceschini (presente al summit tramite un video pre-registrato), «del ruolo chiave che la cultura svolge nel progetto europeo».   

Il summit ha radunato oltre a ministri della cultura e rappresentanti politici dei principali stati membri, dalla Francia alla Germania, da Italia e Spagna, includendo anche il Portogallo, che attualmente tiene la presidenza del consiglio dell’Ue fino al 30 giugno, anche operatori culturali e artisti per contribuire alla riflessione sul ruolo della cultura, alla sua tutela e organizzazione, nonché al suo ambiguo rapporto con l’evoluzione delle tecnologie digitali. Si tratta pertanto di ripercorrerne i punti salienti, evidenziandone i punti di forza e le criticità.

Europa cultura digitale

Il ruolo del digitale tra Spagna e Germania

L’incontro si apre con un discorso della politica social-democratica tedesca Müntefering, che pone al centro della riflessione la questione dell’impatto delle tecnologie digitali, in particolare si riferisce ai Nft (non-fungible-tokens), con allusione alla famigerata opera di “Beeple” che fu battuta all’asta da Christie’s per 69 milioni di dollari. Qui l’arte è «quasi secondaria rispetto alla prova della sua origine, e una rivendita dell’opera sarebbe in realtà una rivendita del token legato all’opera», e continua Ben Gilbert «questo non è un problema per Beeple, che condivide liberamente le sue opere sui social media». Ci troviamo di fronte a un paradosso: il valore dell’opera risiede meramente nel suo sostrato materiale tecnico-tecnologico, come se il valore di una statua risiedesse soltanto nel suo marmo, o la Gioconda di Leonardo nella sua tela e telaio. Di fronte a tale problema che riguarda il senso stesso della definizione di oggetto culturale, tutti – salvo qualche partecipante refrattario del pubblico – sembravano cavalcare l’astratto entusiasmo delle nuove tecnologie per le nuove possibilità di espressione artistica. 

Ciononostante, il summit ha incarnato – per lo meno simbolicamente – il risveglio da un sonno dogmatico europeo su almeno due fronti: la centralità della cultura e il problema della sovranità tecnologica. Con esiti tuttavia ambigui, in cui alla fine la questione della cultura serve da velo alla sfida del digitale. In effetti, l’idea dominante del summit è stata dopotutto guidata dalla velleità della sovranità tecnologica, di «forgiare lo sviluppo digitale», secondo le parole della Müntefering, puntando alla costruzione di uno «spazio digitale pan-europeo per la cultura». L’associazione immediata è evidente: lo spazio digitale è il nuovo spazio della sfera pubblica, come lo erano i giornali e le riviste nell’ottocento. Ma su tali questioni ha già scritto parole definitive Philip N. Howard, professore all’Internet Institute di Oxford, già nel luglio 2018 su Foreign Policy, in cui sottolineava quanto «i social media e le società di data-mining abbiano fino ad oggi evaso le proprie responsabilità pubbliche, raccogliendo dati con poca supervisione da parte dell’ente pubblico».

Ed è in tale contesto che è necessario situare l’accensione del supercomputer Leonardo, che concentrerà, secondo quanto si riporta il 3 maggio nel Sole24Ore, il «20,9% della potenza di calcolo europea e l’Italia diventa la quarta nazione al mondo per capacità computazionale». L’ironia è tuttavia che l’Ue non ha competenza in materia di politiche culturali, che sono prerogativa degli stati membri, il che si ripercuote negativamente quando il Parlamento europeo, secondo la testimonianza dell’euro-parlamentare tedesca Sabine Verheyen (Cdu), nonché presidente della commissione per la cultura e l’istruzione dell’Euro-parlamento, riporta durante il summit che il parlamento aveva proposto di riservare una percentuale minima del Recovery Fund per la cultura, pari al valore di quest’ultima in termini di PIL, che a livello europeo si aggirerebbe attorno al 4%. Inutile dire che neanche il compromesso al ribasso del 2% fu accolto dagli altri enti decisori a livello europeo. In poche parole, gli stati membri stessi si sono opposti alla proposta. 

Altra presenza decisiva, benché soltanto con un video preregistrato, è stata quella del ministro della cultura spagnolo, Prof. Dr. José Manuel Rodríguez Uribes, il quale afferma chiaramente che è stata la pandemia a portare l’attenzione sull’importanza della cultura per la quotidianità della vita socio-economica. Inoltre, è stato l’unico in tale contesto a sottolineare l’importanza dell’accesso degli eventi culturali dal vivo, giacché i luoghi della cultura possono essere – e di fatto sono – un luogo sicuro. Tuttavia, si osserva l’inevitabile transizione alla formula ibrida – sottolineata anche dalla Müntefering – il che comporta certo un processo di digitalizzazione, ma per un uso ottimale delle piattaforme, che implica evitare un ragionamento unicamente incentrato sul consumatore di cultura, ma comprendere che questa è tanto un diritto del cittadino, quanto degli artisti e operatori culturali, che è quindi necessario non solo proteggere giuridicamente, ma riconoscere economicamente il loro contributo sociale.

L’impatto culturale dell’ideologia contabile tra Francia e Italia 

Ma come si traduce poi concretamente tale afflato ideale espresso dal ministro spagnolo Uribes? In un articolo uscito il 1° maggio ne ilSussidiario, Giulio Sapelli constata la tendenza al ribasso del PIL negli ultimi anni che nell’Ue nel solo 2020 è sceso del 6,6%. «Se i sistemi economici mondiali reggono – nonostante tutto – alla pandemia», si osserva, oltre alla distribuzione alimentare, al funzionamento degli ospedali, la pressione a «i sistemi delle reti energetiche a reagire alle necessità crescenti e alle punte di discontinuità indotte dall’accelerazione dell’online e quindi del consumo di energia che così giunge alle stelle». Ma ciò è possibile soltanto grazie alla resistenza «dell’industria manifatturiera e dei servizi alle imprese che consentono la circolazione del capitale sociale e quindi il profillo e i salari e le attività di riproduzione sociale, in cui si comprendono le agenzie di formazione culturale e umana, dalle scuole alle famiglie». E conclude di fronte alla «serie di divergenze sia nei sistemi di potere, sia nei meccanismi della crescita europea» che «la pandemia ne sarà la prova e non il superamento», come ad ogni crisi si vorrebbe vaticinare.

Per tacere dell’evidenzia del fatto che l’ipertrofia della digitalizzazione contraddice con la retorica della green economy, si tratta ora di evidenziare i punti mossi dal ministro della cultura francese Roseleyn Bachelot e dal nostro Dario Franceschini. Entrambi sembrano essere il riflesso sintomatico dell’atteggiamento generico delle disposizioni assunte per il settore culturale a livello europeo, benché si è visto come vi sia in questo settore una profonda contraddizione tra il parlamento e gli altri organi. Il ministro Bachelot ha voluto ribadire quanto l’interesse per il settore culturale sia stato consustanziale all’interesse della Francia sin dal primo giorno di pandemia. Analogamente al suo omologo portoghese, Nuno Artur Silva, ha cominciato la sua allocuzione insistendo con i numeri e le percentuali del caso, facendo in tal modo prevalere la retorica a una razionale e necessaria riflessione sulla strategia da assumere per i prossimi cruciali mesi post-pandemia, ammesso – e non concesso – che non vi sia un’ulteriore ondata tra la fine dell’estate e il prossimo autunno, come suggeriscono alcune previsioni.

Non vi è stato dunque alcun cenno alle possibili strategie previste dall’Eliseo per sostenere l’impatto socio-economico sul mondo dello spettacolo e della cultura, che certo si prolungheranno ben oltre il 2021, benché il suo collega ministro dell’economia, Bruno Le Maire, abbia annunciato il 3 maggio a Le Monde che non soltanto gli aiuti saranno sicuramente prolungati oltre l’estate, ma anche che la procedura per ottenere verrà ulteriormente semplificata. Al contrario, la Bachelot ha dichiarato con orgoglio che il governo francese ha previsto “ben” 2 miliardi di euro per i settori culturali su un fondo per la ripresa dell’ammontare di 100 miliardi: un misero 2%, nonostante abbia lei stessa rimarcato le impietose perdite subite dal settore (musei, cinema, teatri, sale da concerto) nel solo 2020. Ciò colpisce maggiormente è che le dichiarazioni della Bachelot siano rimaste sostanzialmente invariate dal tempo del voto del piano di rilancio votato dall’assemblea nazionale Francese il 27 ottobre 2020. In un’intervista rilasciata su Europe 1 risalente al settembre 2020, Bachelot affermava che «la tragedia di questa epidemia di Covid-19 è stata la rivelazione di una serie di cose […] Le pratiche culturali dei francesi stanno cambiando, in particolare quelle dei giovani, e le nostre principali istituzioni culturali devono prepararsi per domani. […] Le cose non potranno essere come prima, ecco perché questo piano di rilancio». Più che un supporto alla cultura, la direzione sembra quella di un ridimensionamento, una denegazione della sua rilevanza, nonché una sua semplice digitalizzazione.

Il piano di rilancio è stato, sin dall’inizio, sottoposto a numerose critiche. Eppure , l’orientazione strategica del governo è stata quella di «ripagare» la cultura per il suo peso effettivo: essa rappresenta circa il 2,3 % del PIL francese, occupando quasi 1,5 milioni di persone. Ovviamente i 2 miliardi previsti, sono ben lontani da rispecchiare il contributi del settore in termini di PIL, giacché nel 2019 il PIL complessivo della Francia era di circa 2.707 miliardi. Insomma, l’obiettivo pare non essere quello di ridare lavoro a chi lo ha perso, ma quello di accompagnare il paese verso la rivoluzione che il virus non ha fatto che accelerare: la digitalizzazione culturale. E proprio su questo sembra convergere il discorso vista la ghiotta opportunità offerta – come mostra Le Monde – dall’aumento smisurato dei numeri di ascoltatori e di spettatori virtuali. Si potrebbe già dire addio al “buon uso” delle piattaforme digitali auspicato dal ministro spagnolo. Bachelot insiste sull’«inedito sforzo» mostrato a livello europeo per far fronte a questa crisi, di cui la Francia beneficerà di circa 40 miliardi, eppure non sembra avere espresso una chiara prospettiva sul tema culturale a livello europeo, relegando le istituzioni europee alla loro tradizionale funzione regolatrice dei mercati: niente di nuovo sotto il sole.

Infine, occorre ripercorrere l’evoluzione delle posizioni del governo italiano in merito alla questione della riapertura dei luoghi di cultura, riflesse dai discorsi e interventi tenuti da Dario Franceschini.

Contestualmente alla seconda chiusura promulgata dal governo Conte il 25 ottobre 2020, e già la necessità di una seconda chiusura – si veda l’esempio spagnolo – è sintomo delle crepe del sistema, sono interessanti da ricordare le risposte di Franceschini in occasione del suo dialogo con nientemeno che Michele dall’Ongaro, sovrintendente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in Il Bello dell’Italia, una serie di incontri periodici del Corriere della Sera. Di fronte ai dubbi espressi da parte di dall’Ongaro sulla chiusura dei luoghi di cultura, Franceschini ha semplicemente ribadito la gravità della situazione: «non ci siamo capiti, credo. Non abbiamo capito la situazione!». Per Franceschini, la chiusura dei teatri e delle sale da concerto implica la riduzione della mobilità e, di conseguenza, un drastico calo dei contagi. Tale logica però rimuove il tema centrale, mai veramente studiato dal Comitato Tecnico Scientifico con un documento che dimostri in qual modo un teatro o altri luoghi di cultura e spettacolo abbiano un tasso di contagio maggiore di un supermercato, di un parrucchiere, di un centro sportivo (la cui frequentazione è permessa agli agonistici di qualsiasi livello) o altre attività permesse durante le fasi arancioni o gialle. Sembra che il corpo abbia il diritto di cittadinanza, mentre lo spirito sia un semplice orpello dello vita.

In effetti, tale intervento del ministro ha scatenato una lunga serie di proteste. Come scrive Bonacina nel quotidiano Vita rivolgendosi direttamente a Franceschini : «Cosa avete fatto nei mesi estivi? Vogliamo ricordare il via libera alle discoteche salvo poi fare retromarcia quando era troppo tardi? Cosa avete fatto per attrezzare il trasporto pubblico in maniera sostenibile alle nuove esigenze sanitarie? Cosa avete fatto per attrezzare gli ospedali e metter mano a una nuova medicina territoriale?» Non si può che concludere che le scelte operate – almeno dal governo Conte e specie per la seconda ondata – siano state date da una mancanza di prospezione strategica che avrebbe potuto evitare la chiusura di molte attività culturali.


Ancor più contraddittorio è parso il video, pubblicato su Twitter, in cui Franceschini chiede accoratamente (il giorno dopo del celebre scambio con Dall’Ongaro) alle personalità della cultura di non muovere contro alle decisioni di governo, ma anzi di utilizzare la loro influenza per «creare coesione sociale». Ma come si può essere coesi senza cultura ? Senza poterne avere accesso, senza esercitarla? Forse tutti riuniti dallo stesso evento audio-luminoso sul nostro proprio schermo, ciascuno isolato ma iperconnesso? 

Questo preambolo colpisce ancora di più alla luce dell’allocuzione presentata lo scorso 29 aprile. Ecco infatti che Franceschini si fa improvvisamente promotore dell’importanza e della cogenza della cultura italiana non solo per la nazione stessa, ma per il destino europeo. Ma la panacea alla crisi socio-economica – da diversi mesi infatti argomento fisso del ministro – è la ormai celebre Netflix della cultura, Itsart, che partirà ufficialmente dal 31 maggio 2021. Non si può qui non osservare la coincidenza del suo sviluppo con l’inaugurazione del supercomputer Leonardo: qui si intrecciano le aspirazioni geopolitiche e le politiche culturali. Si tace del paradosso che la prima piattaforma nazionale di eventi culturali abbia un nome inglese, non si capisce tuttavia come questa possa essere l’unica risposta all’effetto boomerang che colpirà inevitabilmente la cultura e la sua economia nei prossimi anni. Per Franceschini – così afferma nel suo intervento – Itsart creerà molti posti di lavoro. Ma di che tipo di lavoro parliamo? E, soprattutto, come mai per questa piattaforma – come scrive la testata Exibart – non sono stati interpellati gli interessati, gli artisti? 

Ciononostante, si può concludere con una nota positiva se il 30 aprile il ministero della cultura nell’audit per un disegno di legge per la tutela dei lavoratori dello spettacolo ha coinvolto la Fondazione Centro Studi Doc, rappresentata dalla direttrice del centro studi Francesca Martinelli. Ci pare fondamentale riportare qui almeno i primi due punti nevralgici sui quali dovrebbe essere pensata qualsiasi legge in merito, poiché essi potrebbero essere forieri di un vero approccio sistematico per una migliore politica culturale:

  • andare verso un’unica posizione previdenziale e assicurativa per tutte le attività artistiche, creative e accessorie, e quindi un welfare unico per artisti e professionisti dello spettacolo;
  • Il reddito di continuità non deve essere inteso come una sorta di disoccupazione ma deve essere il riconoscimento di compenso per il lavoro di preparazione per chi investe sulla propria professionalità con continuità.

In tutta l’ampia panoramica europea qui analizzata, non sono mai emersi gli elementi che potrebbero indicare una svolta nella politica economica della cultura. Anzi, qualunque tipo di sostegno viene appunto concepito come un’eccezione a causa di una disoccupazione straordinaria, mentre il reddito di continuità non deve essere inteso «come una misura risarcitoria, ma come un investimento pubblico per la promozione della professionalità del settore», spiega Martinelli. Inoltre, date le molteplici forme contrattuali dei professionisti della cultura diventa imperativo che sottostiano ad un’unica forma previdenziale. Da questi punti si dovrebbe quindi partire per realizzare gli alti principi evocati dal ministro della cultura spagnolo, José Manuel Rodríguez Uribes: il riconoscimento economico del contributo sociale del lavoro della cultura.

Biografia degli autori

Artin Bassiri-Tabrizi (1992) è dottorando in filosofia all’Università di Strasburgo (ACCRA), nonché diplomato in pianoforte al Conservatorio di Perugia e concertista, inoltre collabora con diverse riviste, tra cui Gli Spietati, Quinte Parallele, e Teatro e Critica. Le sue ricerche vertono sull’estetica, la psicanalisi e la fenomenologia della musica. Attualmente, insegna filosofia in un liceo parigino. 

Edoardo Toffoletto (1991) è dottorando dal 2017 all’EHESS di Parigi. Precedentemente, ha studiato filosofia a Padova, poi al King’s College di Londra e alla Freie-Universität di Berlino. Ha collaborato inoltre con Bernard Stiegler (1952-2020) e l’Institut de Recherche et d’Innovation, in quanto membro del Collettivo Internation. È membro fondatore del Centro Studi Giorgio Colli, che pubblica la collana Quaderni colliani. I suoi temi di ricerca intrecciano la storia del pensiero politico ed economico assieme all’estetica (in particolare musicale) e la psicanalisi. Regolarmente scrive di temi politico-economici e geopolitici tra cui per Business Insider Italia (2017-2021).