L’impatto del Covid-19 sui tecnici dello spettacolo: la ricerca

Covid-19 tecnici dello spettacolo
L’impatto del Covid-19 sui tecnici dello spettacolo: presentazione della ricerca
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Tempo di lettura: 5 minuti

Lunedì 14 marzo è stato pubblicato il primo Quaderno della Fondazione Centro Studi Doc dedicato alla ricerca sull’impatto del Covid-19 sui tecnici dello spettacolo.

Perché fare una ricerca sull’impatto del Covid-19 sui tecnici dello spettacolo?

In questi due anni il mondo dello spettacolo è stato uno dei settori maggiormente colpiti dagli effetti delle misure legate al Covid-19, con una perdita dal 2019 al 2020 di 8 miliardi di euro e del 21% dei lavoratori, di cui il 12,7% erano tecnici dello spettacolo.

Per capire meglio il significato di questi numeri e descrivere l’impatto della crisi legata al Covid-19 sui tecnici dello spettacolo, tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 la Fondazione Centro Studi Doc ha condotto una ricerca quantitativa basata sulla somministrazione di questionari. La ricerca è stata finanziata dalla Rete Doc e realizzata in collaborazione con ANSI – Associazione Nazionale Services Italiani, Adotta un Fonico e dagli un Lavoro Vero, Bauli in Piazza, BEA – Best Events Awards, BeNow, Music Innovation Hub, STS communication srl, Skeldon, UNISCA, ZioGiorgio e #ChiamateNoi.

Un quinto dei tecnici non sta più lavorando nel mondo dello spettacolo

I dati raccolti dalle risposte dei circa 1.000 tecnici che hanno partecipato al questionario confermano e approfondiscono i dati di partenza. Infatti, anche se la grande maggioranza dei lavoratori (78%) ha ripreso a lavorare nell’ambito dello spettacolo e degli eventi, un quinto dei tecnici (21,7%) non sta più lavorando nello spettacolo. In particolare, un decimo del totale (10,3%) sta cercando ancora lavoro nel settore mentre poco più di un decimo (11,4%) ha invece deciso di abbandonare definitivamente il settore. 

Dalla ricerca emerge che la crisi ha colpito soprattutto le donne e i lavoratori tra i 30 e i 50 anni con una famiglia a carico o con un mutuo. Un maggiore tasso di abbandono si osserva per coloro che lavoravano nei settori produzione, allestimenti e scenografie e strutture e nei settori più colpiti dalla pandemia a causa delle continue chiusure, cioè eventi live e teatro. Si tratta soprattutto di lavoratori di basso-medio livello con impieghi stagionali e competenze difficilmente spendibili in altri settori dello spettacolo.

A seguito della pandemia da Covid-19 alcune figure sono più difficili da trovare di altre

I tecnici altamente qualificati delle aree professionali video, audio e luci hanno invece avuto meno problemi a continuare a lavorare nello spettacolo perché sono riusciti ad adattare le loro competenze alle esigenze del mercato. Dal live e dal teatro si sono spostati in settori che richiedevano competenze simili ma che hanno subito meno gli effetti della crisi, come i settori corporate, fieristico e della televisione, che hanno offerto anche più opportunità di lavoro grazie del boom dello streaming.

Ad oggi, che non c’è stata ancora una vera e propria ripartenza degli eventi live, secondo i service che hanno risposto al questionario, le figure più difficili da trovare sono i professionisti più qualificati degli ambiti video (35%), audio (38%) e luci (40%). Si cominciano a osservare difficoltà anche nell’area delle strutture (23%), dove si è realizzata una maggior dispersione professionale; tanto che i service più grandi stanno già prenotando i servizi dei tecnici con largo anticipo in vista dell’arrivo della stagione estiva.

La ricerca ha evidenziato che i tecnici dello spettacolo lavoravano già in un settore molto fragile

I risultati della ricerca mostrano anche che la crisi legata al Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare le pregresse condizioni di fragilità di coloro che lavorano nello spettacolo. Tra i loro bisogni principali, i tecnici segnalano la questione dei compensi, con la maggior parte di loro che sente l’esigenza di pagamenti certi e puntuali (86,8%) e compensi adeguati alla mansione (84,9%).

Emerge anche la difficoltà dell’accesso alle protezioni sociali, che per oltre la metà dei tecnici (58%) dovrebbero essere garantite. Una buona parte dei tecnici (41%) ritiene anche che trovare un lavoro stabile nel settore e, inversamente, la continuità di lavoro siano temi prioritari, tanto che più della metà di coloro che ha cambiato settore imputa la scelta proprio alla mancanza di continuità di lavoro.

La conferenza di presentazione dei risultati della ricerca

Lunedì 14 marzo la ricerca è stata presentata in una conferenza online. All’incontro hanno partecipato Michela Montevecchi, Senatrice, Segretaria VII Commissione permanente Istruzione pubblica, beni culturali, Fabio Fila (STEA Soc. Coop.), che ha presentato i risultati della ricerca, e Patrizia Aganetti (STS Communication), Simona De Lellis (Doc Servizi), Alberto “Bebo” Guidetti (Lo Stato Sociale, La Musica Che Gira) e Silvio Righi (#ChiamateNoi) che hanno commentato i risultati. Francesca Martinelli, direttrice della Fondazione Centro Studi Doc, ha moderato l’incontro.

“Bisogna uscire dalla forma mentis per la quale nella cultura non esiste professionismo, ma solo amatorialità – è intervenuta la Senatrice Michela Montevecchi – Il professionismo esiste e i giovani devono sentirsi in diritto di poter pensare e desiderare una vita professionale nel comparto della cultura. È questa forma mentis che è stata alla base del mancato riconoscimento delle figure professionali, dei loro bisogni, delle loro necessità. Bisogna garantire la dignità del lavoro e le protezioni per questi lavoratori “speciali” e la battaglia che si sta facendo per ottenere questo nel mondo dello spettacolo dal vivo è la testa d’ariete per il riconoscimento degli stessi principi in tutto il mondo della cultura”.

“Io vorrei sfatare il mito per il quale tecnici e artisti svolgono lavori diversi – commenta Alberto “Bebo” Guidetti, che ha scritto la postfazione della ricerca – Abbiamo stessi inquadramenti. Riuscire a farsi riconoscere come lavoratori e lavoratrici è stato difficile e c’è ancora tanto da fare. Quello che c’è in gioco non è solo la salute e la stabilità di un settore, ma la salute e la stabilità delle persone, perché i settori non sono cose che stanno lì, nel cielo, imponderabili, ma sono composti da persone”.

Siamo convinti che sia stato fondamentale aver creato opportunità di lavoro al di fuori del mondo dello spettacolo per i colleghi rimasti fermi durante la pandemia – ha aggiunto Silvio Righi – il lavoro è il migliore degli ammortizzatori sociali e confrontarsi con realtà lavorative diverse ha permesso a tanti colleghi di essere meno vulnerabili e meno ricattabili”.

“Durante l’emergenza abbiamo capito che cercare personale all’estero non era una via percorribile – gli fa eco Patrizia Aganetti – Abbiamo capito che investire sulle persone è importante almeno tanto quanto investire sui materiali. Quindi abbiamo bloccato sul medio tecnici di fascia media con accordi di giornate garantite, rinnovabili di 3 mesi in 3 mesi, e affiancato tecnici junior e aiuto tecnici a professionisti, iniziando anche un programma di stage e uno di formazione che prevede sia corsi con interscambio di partecipanti nostri e loro, sia giornate di affiancamento”.

“Dalla ricerca sono emerse cinque richieste da parte dei tecnici che anche nel breve termine potrebbero contrastare la dispersione professionale nel mondo dello spettacolo – ha specificato Simona De Lellis  tutelare la discontinuità, garantire l’accesso alle protezioni sociali, verificare l’applicazione dei contratti di lavoro, agevolare i percorsi di formazione alla sicurezza e la formazione continua e supportare il ricambio generazionale attraverso la formazione e contratti ad hoc”.

Leggi il comunicato stampa della conferenza.

Scarica le slide di presentazione dei dati della ricerca.