A Univerò sala gremita per imparare a “Fare dell’arte un lavoro”

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Al festival del placement organizzato dall’Università di Verona grande affluenza di studenti per l’incontro “Fare dell’arte un lavoro. Le professioni della musica e dello spettacolo”.

Le professioni della musica e dello spettacolo a Univerò

Proprio all’indomani della pubblicazione degli allarmanti dati sulle condizioni lavorative dei professionisti della cultura da parte del movimento Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, martedì 15 ottobre a Verona si è tenuto l’incontro: “Fare dell’arte un lavoro. Le professioni della musica e dello spettacolo”. Lo sfondo dell’evento Univerò, il Festival del Placement organizzato ogni anno dall’Università di Verona.

fare dell'arte un lavoro

La tavola rotonda ha ospitato esperti del settore che hanno raccontato le loro esperienze e messo a disposizione degli studenti la propria conoscenza. L’incontro è stato così un momento di orientamento e approfondimento sia delle professioni dello spettacolo e della musica che del mondo che le circonda e ha raccolto un grande interesse da parte del pubblico.

«Alle volte pensiamo che alcuni argomenti siano di nicchia e invece raccolgono un interesse inaspettato», ha commentato Tommaso Dalla Massara, professore ordinario di Diritto romano e diritti dell’antichità e organizzatore dell’evento, di fronte alla grande affluenza di giovani. Al punto che, data la capienza della sala, alcuni hanno assistito all’incontro in piedi o seduti per terra.

Un settore fortemente discriminato

Le professioni del mondo dello spettacolo e della musica sono numerose e non comprendono solo gli artisti ma anche tutti coloro che rendono possibile uno spettacolo, cioè coloro che lavorano nell’amministrazione passando per la produzione fino alla comunicazione. Si tratta però di professioni che non spesso sono riconosciute e regolamentate, come ha riconosciuto il moderatore Giorgio Benati.

Una constatazione che è stata ripresa da Chiara Chiappa, consulente del lavoro con esperienza ventennale nel settore dello spettacolo e presidente della Fondazione Centro Studi Doc. Di fronte alla richiesta di spiegare come un artista può fare dell’arte un lavoro, Chiara ha deciso di  introdurre il suo intervento raccontando la prematura morte del tecnico Francesco Pinna sotto il palco di Jovanotti nel 2011. Un evento che ha portato all’inizio di un percorso di sensibilizzazione nato proprio dalla consapevolezza che «di arte si può morire». Una consapevolezza cruda e dolorosa, ma che ha portato a un salto epocale in termini di diritti e sicurezza nel settore dello spettacolo.

Chiara ha infatti sottolineato che per fare un lavoro che appassiona spesso sono sacrificati i diritti, la sicurezza economica, il riconoscimento professionale e la salute. Il mestiere dell’artista è inoltre un mestiere complesso, che richiede multi-committenza, mobilità, molto studio e innovazione. Tanto che una Risoluzione sulla situazione e il ruolo degli artisti nell’Unione europea (datata 1999) indica il bisogno di riconoscere agli artisti i giusti diritti. Nonostante questo, ad oggi ancora spese e trasferte non sono riconosciute dalla fiscalità nazionale né europea né internazionale, non in tutti i paesi europei vi sono sostegni economici adeguati, non sempre i diritti dei lavoratori sono egualmente validi per gli artisti, e via dicendo.

Il sostegno all’attività artistica è fondamentale, perché è necessario sia per lo sviluppo individuale di ognuno, ma anche perché è necessario per la società. Se tale sostegno non arriva, gli artisti possono infatti decidere di emigrare in un altro paese dove sono meglio valorizzati, o peggio, rinunciare al proprio talento.

In tutto questo, si vede da vari rapporti sul settore, come Io sono cultura di Fondazione Symbola e Unioncamere, che il settore rappresenta una fetta importante dell’economia italiana. Si tratta infatti del 6,1% del PIL. Inoltre, per 1 euro ottenuto dall’attività artistica si calcola quasi il doppio di indotto. Questo significa che in Italia si investe in cultura, eppure, al contempo, dati come quelli della Fondazione di Vittorio o del movimento Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, mostrano che non si investe sugli artisti e i lavoratori del settore. Un paradosso, considerando che il valore dell’arte dipende «dal benessere e dal vigore degli artisti». Oltre al fatto che quello dello spettacolo è uno degli unici settori in cui la persona non è sostituibile a un’altra, non vale la fungibilità.

Come fare dell’arte un lavoro?

Per rispondere a questa difficile condizione di lavoro e vita degli artisti e fare della propria arte un lavoro, gli artisti e i creativi hanno l’opportunità di mettersi insieme in società collettive. Un esempio sono le cooperative di autogestione del lavoro, un altro le associazioni finalizzate alla diffusione della cultura e agli interessi generali.

Infine, Chiara ha ricordato che «gli artisti non sono hobbisti o scappati di casa, ma lavoratori con diritti e protezioni» e che per questo «devono sempre pretendere di essere messi in regola». La consulente del lavoro ha concluso il suo intervento con un monito: «Chi lavora in nero rinuncia a diritti, fa dumping agli altri e sminuisce il valore dell’arte».

Clicca qui per leggere le proposte della Fondazione Centro Studi Doc per migliorare tutta la filiera dello spettacolo, della cultura e della conoscenza.

Il modo che gli artisti e i creativi hanno per vivere bene il loro talento e le loro passioni, e il più etico secondo me, è quello di mettersi insieme in società collettive, ad esempio in cooperative di autogestione del lavoro o associazioni finalizzate alla diffusione della cultura e agli interessi generali.

Chiara Chiappa

Ma qual è il motore del lavoro artistico?

Tre parole chiave sono emerse gli interventi dei relatori: talento, passione e studio.

Marco Vinco afferma che ogni professione del settore è da svolgere in modo molto serio e che, al contempo, il talento stesso deve essere riconosciuto dagli altri per essere tale. Questo implica anche un lavoro su di sé che deve essere molto obiettivo. Proprio per questo studio e formazione sono fondamentali, sia per diventare professionisti sia per riuscire a inserirsi nel mercato del lavoro. Nel mondo dell’arte e dello spettacolo tutta la conoscenza ha, inoltre, un valore centrale, perché si tratta di professioni che rientrano in un quadro culturale importante e che richiedono una grande flessibilità, anche intellettuale.

Su questo tema, Filippo Tommasoli, fotografo, ha raccontato la sua esperienza. Laureato in lettere e in filosofia del linguaggio a Padova, ha poi scelto di seguire la «passione è ciò che muove nel profondo» e quindi si è dedicato alla fotografia. In questo percorso ha compreso che anche se i suoi studi non riguardavano il suo attuale settore di lavoro, lo hanno aiutato ad avere idee originali e uniche. Proprio per questo Filippo ha concluso suggerendo agli studenti: «Investite sulla vostra complessità».

Sulla stessa falsariga, Massimiliano Becco Gagliardo cita il libro Screw work. Let’s play e afferma: «La vera differenza la facciamo noi: ascoltiamo il movimento che ci governa e seguiamolo ovunque ci porti».

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